Il tempo che sembra sfuggirci, la ricerca di continui nuovi “gossip”, la voglia di fama e “rumours” sui social-media, la necessità di sentirci ascoltati. La nostra sembra una società che insegue la brama di notorietà e di riconoscenza… ma abbiamo mai pensato di ascoltare il silenzio?
I giovani contemporanei hanno le menti pervase di notizie, ansie, paure dei giudizi altrui. Pur di apparire alla moda (o di apparire e basta), smettono di ascoltare se stessi per rincorrere i piaceri delle persone, fingendo un benessere esteriore, ma percependo un malessere interiore. Timorosi di mostrarsi fragili e “sfigati”, però, sopprimono questi pensieri negativi e tentano di scordarsi dei loro problemi, in vigore di un’austerità imposta dal desiderio di sembrare sempre forti d’animo, non dissimilmente da come si voleva che fossero gli “uomini forti” del fascismo, o i soldati in generale. Così facendo, smarriscono delle parti del loro essere, del loro carattere, e rimangono nell’ignoranza della propria personalità.
Giunta vicino ad un punto di non ritorno, la mente adolescenziale inizia, così, a ribellarsi e manda segnali di avvertimento al ragazzo “auto-illuso”: continuando ad ignorare la propria essenza, si smarrisce la corretta via della vita, che risulterà caratterizzata da emozioni negative e scelte sbagliate. Quando tutto diventa troppo, il ragazzo giudicatosi “finalmente forte” scoppia: domande su domande si accavallano alla ricerca di una risposta ai propri pensieri negativi, piombando nel circolo della peggior tristezza. Nella mente si crea un caos poiché l’adolescente si sente confuso e malinconico cercando la soluzione alle proprie domande. Prova ad uscire con gli amici, a svagarsi, a divertirsi, ma non sa che la sola soluzione che possa restituire ordine al suo status confuso è soprattutto una: il silenzio.
Sempre lasciato in disparte, il silenzio gioca da sempre un ruolo cruciale nelle menti umane ed è stato stimolato da molteplici culture antiche (dai saggi egizi ai filosofi greci, dai monaci medievali ai sufi mediorientali, etc.).
Il non-suono del silenzio riecheggia talmente forte nelle nostre teste, che ci permette di ascoltare finalmente noi stessi, ritrovando una sorta di pace interiore perduta e facendo rigermogliare parti di noi stessi celate a lungo negli spazi della dimenticanza del cervello, o continuamente sovrabbondate di stimoli precari e passeggeri. Nei momenti di sconforto, capita spesso di volerci isolare, stare da soli per un po’ di tempo, o camminare in un parco, alla ricerca di un silenzio che ci possa permettere di percepire realmente la nostra interiorità. Sono tanti i ragazzi silenziosi sui pullman o per strada, che indossano cuffiette per ascoltare la musica, ma che spesso fungono anche da “cuffie anti-rumore” per distaccarsi dal frastuono del mondo circostante. Tanti sono quelli che si chiudono nelle loro camere da letto, scoppiano in lacrime e passano minuti, se non ore, in silenzio, svuotando la mente da ogni ansia e paranoia.
Il silenzio è un buon mezzo con cui l’essere umano può ritornare ad ascoltarsi e ad ascoltare: un ossimoro alquanto ironico, ma decisamente funzionale. Il silenzio sa parlare, sa rimbombare in una stanza, sa smuovere gli animi, sa rallegrare o spaventare: “nessuno osi disturbare il suono del silenzio”.
Bisogna, certo, imparare a conoscerlo, poiché può celare tratti oscuri, ovattati dal suo vuoto bianco. Da ordinatore del caos, può diventare il mezzo con cui una confusione, che vorrebbe esplodere, venga schiacciata, repressa e trattenuta, causando nuovi malesseri.
Molti ragazzi, quando hanno problemi personali o fastidi interiori, tendono a scegliere la via del silenzio per reprimerli, ignari del fatto che li porterebbe a stare ancora peggio. Chi tiene tutto dentro, senza mai lasciar fuoriuscire delle parti di sé corrosive, accumula così tanti pensieri negativi, che il loro peso può risultare distruttivo o fatale (come nei casi di depressione, autolesionismo, o suicidio). Il suono del silenzio, in questo caso, riecheggia così tanto da opprimere le emozioni, generando un caos esteriormente “mascherato”. Il silenzio, così, diventa una vile truffa.
Se ha tantissime sfaccettature, molte saranno positive, altre invece negative. In un mondo come quello attuale, sonorizzato da notifiche dei telefoni, chiamate e tastiere digitali, il silenzio riporta l’ordine che spesso nella vita umana è necessario, ma, se viene dosato in maniera spropositata, può risultare estremamente nocivo per le menti.
Dovremmo accettarlo in questo nostro mondo caotico ed imparare a conoscere ogni sua singola qualità curativa, perché forse il rumore più forte è proprio il suono del silenzio.
Niccolò Arpelli 4C


















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