Nel cuore del Purgatorio, tra le rocce che piegano le anime superbie e le costringono all’umiltà, Dante apre il canto XI con un gesto potente: il Padre Nostro corale. Non è solo la prima traduzione in volgare di questa preghiera, ma una vera riscrittura “commentata”, che ne rivela la forza teologica, adattandola al contesto della penitenza. In un’epoca in cui riflettere e riscrivere testi sacri era un esercizio retorico e spirituale diffuso, Dante accetta la sfida di tradurre in volgare la preghiera senza perderne la vibrazione emotiva, poiché la sua versione smaschera la superbia, radice di ogni male, per contrapporle la Grazia e la consapevolezza che l’Uomo, da solo, è impotente. Inoltre, in un sorprendente rovesciamento, le anime non implorano suffragi dai vivi, come nei Canti precedenti, bensì intercedono per loro, in una coralità che avvicina cielo e terra, dimostrando che la carità non si esaurisce con la morte.
La seconda parte del Canto, apparentemente più narrativa, si distende in un lungo esercizio di filosofia morale sulla vanità della fama e sul destino effimero di chi, in vita, ha esagerato nel voler primeggiare. Dante incontra tre figure emblematiche. Omberto Aldobrandeschi, nobile toscano, confessa con umiltà la propria superbia aristocratica, però con quel tono sospeso tra alterigia e dolore che riflette un’epoca in cui l’orgoglio di stirpe poteva trasformarsi in rovina. Oderisi da Gubbio fu il miniatore che in gioventù aveva assaporato la gloria artistica ed ora, piegato dalla penitenza, insegna al pellegrino la difficile lezione per cui i grandi nomi non durano, perché ogni primato è destinato a svanire, come Cimabue venne oscurato da Giotto o Guinizzelli da Cavalcanti. Oderisi annuncia, poi, che lo stesso Dante supererà i suoi maestri, ma subito aggiunge che sperimenterà anche l’umiliazione dell’esilio e della difficoltà economica, secondo l’ormai assodato sistema delle profezie post eventum. Infine, attraverso le parole di Oderisi, emerge la figura di Provenzan Salvani, signore senese celebre per la sua alterigia, che pure seppe piegarsi all’umiltà per salvare un amico. È un episodio quasi romanzesco: l’uomo potente che, dopo la disfatta di Tagliacozzo, si sedette in piazza a chiedere elemosine ai propri concittadini, scendendo dalla posizione elevata del comando, per assumere la veste di supplice.
Al centro di questo mosaico resta Oderisi, perché la sua confessione tocca un punto nevralgico: l’arte, la creazione intellettuale, la stessa dimensione in cui Dante eccelleva ed in cui sapeva di rischiare la superbia. Più che raccontare “vite” il Canto, infatti, interroga il lettore sul senso della gloria: a che serve l’ingegno, se diventa solo occasione di vanto? Non è forse vero che ogni fama, anche la più luminosa, è destinata a dissolversi con l’arrivo di altri più bravi? Questo fenomeno di continuo superamento si stava solo iniziando a delineare nel Trecento, avrebbe toccato l’apice nei secoli successivi e sarebbe stato depotenziato dalla Modernità del Novecento. Dante, pur toccato dall’allusione al suo futuro successo, mise in scena questa tensione con consapevolezza amara. È come se dicesse: la fama non basta, perché tutto ciò che si innalza su basi terrene è destinato a crollare.
Il canto XI del Purgatorio non è, dunque, un semplice episodio, ma un piccolo trattato sull’umiltà. Racconta di uomini che furono grandi e che ora insegnano la fragilità della grandezza; di un poeta che si specchia nei loro errori e avverte il pericolo del proprio orgoglio; di una preghiera che, nel volgare che Dante regala al mondo, risuona come un ponte tra la terra e il cielo.
Domenico Marrocco 4C


















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