Aristide è un anziano geologo, che vive da solo in una periferia di Milano. Dopo la perdita della moglie Amina, divenne sempre più riservato e decise di allontanarsi dalla città. Dopo aver passato degli anni difficili, si riprese ed iniziò a dedicare le sue giornate alla fotografia, una passione che risale ai suoi vent’anni, ma persiste ancora. Nel suo tempo libero, s’impegna anche alla cura dell’orto e nel pomeriggio gioca a carte con gli amici.

Il giorno più piacevole della settimana, tuttavia, è il martedì, quando vede suo nipote Edoardo. É un ragazzino molto curioso, che utilizza la sua intraprendenza per esplorare il mondo del nonno. Il suo passatempo preferito era ascoltare le storie che il nonno gli raccontava; inoltre frugava spesso negli oggetti di Aristide, come foto, documenti e lettere, sperando di trovare qualcosa di interessante che potesse spingere il nonno a condividere racconti delle sue avventure giovanili. Un giorno, sistemando un cassetto, trovò una foto impolverata e si accorse che ritraeva un giovane circondato dalle montagne. Corse subito fuori dal nonno per chiedergli chi fosse. Aristide, guardando la fotografia che gli aveva portato, capì che era il momento di raccontargli una storia molto lunga, si sedette su una panchina e iniziò a narrare.

“Come ben sai, lavoravo per l’AGIP, Azienda Generale Italiana Petroli, una compagnia petrolifera pubblica italiana, fondata nel 1926, che si occupa della distribuzione e dell’individuazione di giacimenti petroliferi. Nell’AGIP ricoprivo il ruolo di geologo e mi occupavo di individuare i giacimenti petroliferi. Proprio per questo motivo, ero stato inviato in Iran nel 1958 sui monti Zagros, in seguito al ritrovamento di tre giacimenti petroliferi ad alta quota. Gli Zagros sono una catena montuosa che si estende per 1700 km dall’Iran fino alla frontiera irachena al meridiano di Bandar Abbas. E’ un’area di difficile accessibilità, perché questi monti, che raggiungono quota di oltre 4000 metri, costituiscono una barriera per le comunicazioni.

Ho raggiunto i piedi dei monti Zagros l’11 luglio del 1959, insieme alla squadra geologica G5, composta da persone di varie nazionalità, con le quali abbiamo costruito il campo base. Ogni mattina partivamo con una macchina e ci dirigevamo ad ognuno dei pozzi individuati. Il primo era situato in cima ad un monte a circa 100 km dal campo base. Arrivati al campo, iniziammo a raccogliere vari campioni di roccia, che abbiamo successivamente analizzato la sera, purtroppo ottenendo risultati negativi per quando riguarda questo pozzo. La mattina successiva ci preparammo per raggiungere il secondo pozzo, situato a circa 800 km dal campo. Era un viaggio molto lungo; infatti ci impiegammo circa 3 giorni.

Come per il primo giacimento, abbiamo iniziato a raccogliere campioni di rocce; tuttavia, quando era il momento di ripartire, ci accorgemmo che la macchina non funzionava più, perché si era rotto il motore. Provammo ad aggiustarlo, ma senza risultati. Fummo costretti ad abbandonare la macchina e i campioni per intraprendere il viaggio di ritorno a piedi. Non sapevamo se saremmo ritornati vivi: ci restavano cibo e acqua per circa due giorni e il segnale per chiamare i soccorsi era totalmente assente. Così decidemmo di incamminarci sulla stessa identica via percorsa all’andata con il fuoristrada, con la speranza di poter trovare campo e chiamare i soccorsi. Ci aspettavano molti giorni di cammino e non eravamo certi di sopravvivere.

Era ancora mattina, avevamo un’altra giornata davanti, ma il tempo non prometteva bene; infatti si intravedevano delle nubi nere a est in lontananza. Col passare delle ore, le nuvole si avvicinavano sempre di più e, verso sera, all’imbrunire, il temporale ci raggiunse. Fummo colti alla sprovvista, in quanto sottovalutammo la durata delle piogge, che si protrassero fino a notte fonda. Alle prime luci del mattino, le tracce della strada erano svanite e il paesaggio era costituito da sola roccia e fango. Eravamo talmente stanchi e disorientati, a seguito della notte passata camminando alla cieca nella tempesta, che ci fermammo a riposare in mezzo al fango. Per la fame, la sete e la stanchezza, consumammo quella mattina le provviste rimanenti, intrise d’acqua, ma squisite, vista la situazione.

Sazi e dissetati, provammo a chiamare i soccorsi, ma non c’era segnale. Perciò presi, di mia spontanea volontà, l’iniziativa di arrampicarmi su una cima poco distante, nella speranza di trovarlo. Tuttavia, anche questo escamotage si rivelò inutile. Decidemmo allora di proseguire la marcia lungo il versante della montagna, parallelamente all’andamento morfologico della vallata sottostante.

Accelerammo molto il ritmo, dato che avevamo la pancia piena, confidando nel fatto che la direzione scelta fosse quella giusta. Dopo una giornata intera di cammino, giunta sera, riprovammo a chiamare i soccorsi, ma come al solito non ricevemmo risposta. Così ci accampammo al meglio per passare la notte. I pendii, prima fangosi, con l’esposizione al sole si erano infatti asciugati.
Il giorno seguente il cielo era sereno e ci incamminammo di prima mattina, continuando a seguire l’andamento della valle.

Verso mezzogiorno arrivammo alla fine della vallata, che si trasformava interamente in una ripida montagna, senza vie d’uscita. La decisione fu ovvia e sensata: scalare la montagna per vedere se, da qualche parte, vi fossero tracce di attività umana.

Arrivammo in vetta che era notte fonda, stanchi e affamati. Davanti a noi si stagliavano le pendici dei monti Zagros e il deserto iraniano nella sua interezza. In lontananza, non saprei dire con precisione la distanza, ma credo fossero una ventina di chilometri, brillava fiocamente, a intermittenza, un puntino luminoso. Eravamo talmente stanchi, che ci sembrò un’illusione. A confermare questa ipotesi fu, pochi minuti dopo, una serie di nuvole passeggere, che si interposero tra la nostra visuale e il presunto puntino. Pian piano la mia vista iniziò ad annebbiarsi e anche gli altri compagni iniziavano ad accusare pesanti segni di stanchezza.

Allora ci riparammo dal vento in un anfratto e dormimmo profondamente. Gli occhi si riaprirono che il sole era già alto. Mi alzai istantaneamente e la prima cosa che feci fu correre in vetta, per capire se ciò che avevamo intravisto la notte precedente fosse stato un’illusione. Arrivato in cima, notai che vi erano già tre compagni, intenti a scrutare l’orizzonte in cerca di qualcosa. Dopo pochi minuti, uno di loro individuò una piccola macchia nera all’orizzonte, che coincideva con quella notata la notte prima. Senza pensarci neanche, con i crampi allo stomaco e i corpi disidratati, ci fiondammo giù per la montagna, correndo verso quel puntino, nella speranza di raggiungerlo prima di morire. Correvamo talmente forte, che nella fretta inciampai e un arbusto mi trafisse il braccio da una parte all’altra. Un dolore lancinante, il più intenso provato in vita mia, mi trafisse da capo a piedi. Urlai a squarciagola e iniziai a sanguinare vistosamente! I miei compagni, udite le urla, accorsero tutti in mio aiuto. Non vi fu niente da fare: l’arbusto non poteva essere tolto dal mio braccio, in quanto avrei disperso ulteriormente sangue, né tantomeno avremmo potuto avvicinarci al puntino, in quanto, disperdendoci, qualcuno sicuramente avrebbe potuto perdersi irreparabilmente.

Perciò inviammo un s.o.s, sperando che il segnale venisse ricevuto da qualche stazione radio, e pensammo di accumulare un numero sufficiente di arbusti per accendere un falò di sera, in modo da essere, forse, notati da qualcuno. Calato il sole, i miei compagni avevamo accumulato, a una decina di metri da me, una catasta di arbusti alta circa due metri, a cui mezz’ora dopo riuscirono, dopo tanta fatica, a dare fuoco. Non avendo avuto riscontro, dopo un paio d’ore, a stomaco vuoto, andammo a dormire.”

Il nonno interruppe il suo racconto notando l’espressione di Edoardo, chiaramente desideroso di conoscere il seguito della storia. Guardò suo nipote con un sorriso compiaciuto, apprezzando la sua curiosità e l’interesse per la narrazione e, dopo una breve pausa, riprese il racconto. “La mattina seguente, dato che i soccorsi non arrivavano, i miei compagni tagliarono l’arbusto in modo che il mio braccio fosse svincolato dal terreno. Così, con tutte le forze rimanenti, ci rimettemmo in marcia. Prima di notte eravamo in pieno deserto e il piccolo puntino che le sere prima brillava si era rivelato una base operativa, fuori dalla zona di competenza Agip.

Lo raggiungemmo la mattina seguente e scoprimmo una base operativa inglese, che ci prestò assistenza, soprattutto per il mio braccio, per i venti giorni successivi. Finito il periodo di guarigione, arrivò un elicottero soprannominato “Gelsomina”, che trasporta viveri in tutta la zona circostante. Mi portò, dopo un volo di circa 35 minuti a nord-ovest di Dismuk, poco fuori dal sud-ovest dell’area AGIP di Zagros, in una zona calcareo-marnosa, difficilmente accessibile, se non via aerea. Il pilota, Crivellini, nonostante i limitati luoghi disponibili all’atterraggio a causa del terreno impervio, riuscì a trovare un precario punto vicino a un torrente. Dopo l’atterraggio, mi informò che, prima di tornare a prendermi, avrebbe dovuto rifornirsi di benzina al Campo Base, a causa di problemi all’accensione del motore.

Nel frattempo, sono stato accolto da alcuni locali, che sembravano vedermi come un estraneo, bombardandomi di domande. La loro povertà era evidente e la loro curiosità verso l’elicottero e la mia presenza palpabili. Ho distribuito medicine e assisto come potevo alcuni bambini malati, nonostante il dolore che provavo a seguito della ferita all’arto. Con il passare delle ore, la speranza di veder tornare l’elicottero svaniva sempre di più; così decisi di dedicarmi ad alcune ricerche stratigrafiche nell’area per eludere il tempo. Anche se la comunicazione divenne difficoltosa, non mancarono momenti di condivisione: mi offrirono del tè e accettarono il cibo che gli distribuivo. La sera, non avendo notizie di Crivellini, sono stato costretto a pernottare all’aperto, ma pure in qual coso sono stato ospitato sommariamente da un abitante sotto un albero. Quella notte mi si avvicinarono tre gendarmi armati che, dopo aver ascoltato la mia storia, si offrirono di accompagnarmi a Dismuk.”

Edoardo fissò suo nonno Aristide, riflettendo sulla straordinaria storia appena ascoltata. L’espressione sul suo viso oscillava tra lo stupore e l’ammirazione, perché non avrebbe mai immaginato che il nonno avesse vissuto qualcosa del genere. Il gesto di aiutare i locali, nonostante le difficoltà che aveva dovuto affrontare, era stato davvero nobile! Capì, inoltre, che la cicatrice sul braccio non era solo un segno fisico del passato, ma un simbolo di forza, determinazione e speranza. Aristide sorrise, riconoscendo l’ammirazione sincera nello sguardo del nipote e cercò di spiegargli che ogni cicatrice racconta una storia e ogni storia ci forma.

Ludovico Bianchi, Nizar Errysany, Francesco Genzano, Simone GiovinazzoCarlo Mainini, Chanell Salinas, Matteo Serri, Zara Zanchettin  3F

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