La vita

William Turner nacque nel 1775 a Londra da William Gay Turner, barbiere e produttore di parrucche, e da Mary Marshall. Quando il giovane Turner aveva solo undici anni, la famiglia soffrì la morte prematura della piccola Helen, da cui la madre non si riprese mai. Per questo, nel 1804, dopo essere stata ricoverata cinque anni in un manicomio, morì.

A causa del carico imposto da questi problemi, William fu mandato nel 1785 a stare con suo zio materno a Brentford , una piccola città sulle rive del Tamigi. Lì manifestò per la prima volta il suo interesse per la pittura. Al termine dell’anno successivo aveva già realizzato molti disegni, che suo padre esponeva nella vetrina del suo negozio.

A 15 anni fu accettato nelle scuole della Royal Academy of Art di Londra. All’inizio mostrò un vivo interesse per l’architettura, che fu subito spento dai consigli degli insegnanti, i quali lo spronavano a continuare a dipingere. Ebbe molto successo nell’Accademia, tanto che, solo dopo un anno di studio, un suo acquerello fu esposto nella mostra estiva del 1790. Sei anni dopo, espose il suo primo dipinto ad olio e, d’allora in poi, espose all’Accademia quasi ogni anno per il resto della vita.

Sebbene celebre per i suoi olii, è anche uno dei più grandi maestri della pittura paesaggistica britannica ad acquerello, dato che acquisì il soprannome di pittore della luce (come poi, in altro contesto Monet e, prima, Tiepolo). Turner era un viaggiatore curioso e, come era in uso tra i giovani, intraprese a sua volta il cosiddetto Grand Tour, ossia un viaggio per le tappe principali dell’Europa. Nel giro era obbligatorio visitare l’Italia: Milano, Venezia, Roma, Napoli, Firenze, Torino e altre città ancora. L’artista londinese osservava i paesaggi che attraversava, con uno sguardo ampio e che accoglieva prospettive geografiche, archeologiche, storiche, topografiche e architettoniche.

Crescendo, non ebbe molti amici intimi, ma ebbe un legame molto stretto con suo padre, con cui convisse per quasi trentanni. Fu forse per questo rapporto molto ravvicinato che, nel 1829, a seguito della morte della figura paterna, cadde in depressione. Non si sposò mai, anche se ebbe due figlie da Sarah Danby, nate nell’800 a dieci anni di distanza tra loro. 

Infine, nel dicembre del 1851, morì nella casa della sua amante Sophia Caroline Booth nel Chelsea. Su sua richiesta, fu sepolto nella cattedrale di St Paul, dove giace accanto a Sir Joshua Reynolds, ex presidente della Royal Academy.

La passione per la mitologia

Tra i moltissimi temi che William Turner racchiudeva nei suoi quadri, anche la mitologia aveva il suo ruolo. L’Italia, in particolare, ne fu grande fonte d’ispirazione: a seguito di due viaggi, nel 1819 e nel 1828, ritraeva paesaggi del nostro paese come sfondo per i suoi soggetti mitologici. 

La prima città che vide fu Torino che quest’anno dedica al viaggio del pittore una mostra presso la maestosa Reggia di Venaria Reale, in collaborazione con la Tate di Londra, per ripercorrere le tappe di quel viaggio e che alcuni studenti del nostro liceo hanno avuto occasione di visitare mercoledì 17 gennaio.

Sono rimaste impresse molte tele, ma soprattutto alcune sono apparse davvero indimenticabili, delle quali si offrirà qui di seguito una breve descrizione.

La baia di Baia con Apollo e la Sibilla, esposto nel 1823, olio su tela.

Eseguito quattro anni dopo il soggiorno in Italia, l’artista dipinge sostanzialmente a memoria, facendo ricorso non soltanto ai taccuini italiani, ma anche ai ricordi.

Il tema mitologico (la Sibilla che chiede al dio Apollo di vivere tanto a lungo quanti sono i granelli di sabbia che tiene in mano, ma dimentica di domandargli anche l’eterna giovinezza) è quasi un pretesto per dipingere una veduta del golfo di Napoli, due altissimi pini e le rovine del ben riconoscibile tempio di Venere a Baia, a fornire una precisa ambientazione alla scena, coi resti dell’antica città, il porto sullo sfondo e il mare in lontananza che, come spesso accade nei dipinti di Turner, appaiono velati, offuscati da un velo nebbioso che proietta il paesaggio nella dimensione del sogno. Nell’opera compaiono, sempre in riferimento al mito, anche il coniglio simbolo di Venere, il serpente che è simbolo del male, ma è legato al mito di Apollo e Pitone, i rami secchi che rimandano al destino della Sibilla.

Apollo uccide il Pitone, esposto nel 1811, olio su tela.

Il dipinto racconta la vicenda di Apollo e Pitone, il dio delle arti che annienta il temibile drago che custodiva l’Oracolo di Delfi e che aveva perseguitato Latona, madre del dio del sole. L’opera precede il viaggio in Italia, dacché risale al 1811: è una lotta immaginaria, ambientata in un paesaggio di fantasia, e animata dall’intento di fornire una rappresentazione simbolica della battaglia tra il bene e il male, resa evidente dal contrasto tra il corpo giovane, nudo e prestante di Apollo, immerso in un bagliore dorato, angelico, e il serpente ormai vinto che, invece, striscia nel buio.

Storia di Apollo e Dafne esposto nel 1837, olio su tavola.

Anche quest’opera è stata dipinta anni dopo il suo soggiorno in Italia e mostra una veduta classica della valle di Tempe, con Apollo e Dafne al centro in primo piano e Cupido in piedi dietro di loro. Il quadro sembra voler essere collegato al precedente ed ispirato alla tragica storia raccontata nelle Metamorfosi di Ovidio. Secondo il mito, il dio Apollo, dopo aver ucciso il serpente Pitone, schernisce Cupido, vantandosi della sua impresa e prendendolo in giro per non aver mai compiuto simili gesta.

Cupido, per vendicarsi, prepara una freccia dorata, capace di far innamorare all’istante, e una di piombo, capace di far finire l’amore. Sembra questo il momento che Turner vuole immortalare.

Davanti ad Apollo e Dafne, vediamo una lepre intenta a fuggire al suo predatore, una metafora che vuole rappresentare Apollo che, colpito dalla freccia dorata, si innamora perdutamente di Dafne e la insegue. Dafne, che invece era stata colpita dalla freccia di piombo, scappa e chiede alla madre terra di essere trasformata per non doversi sottomettere al dio.

L’uso della luce e del colore all’interno dei quadri di Turner ci ha ammaliati e ha ricordato come l’uomo debba rivedere il suo ruolo in confronto alla natura. Proprio per questa sua particolarità, l’artista è stato definito il pittore della luce, ma non sempre ha riscosso consensi dai suoi contemporanei, notoriamente un po’ bigotti. Possiamo infatti vedere come, in una vignetta del 1846, pubblicata sull’Almanacco del Mese, l’artista venisse raffigurato mentre dipingeva intingendo una specie di scopa in un secchio con la vernice gialla, accompagnata dalla didascalia Turner painting one of his pictures. Nessuno all’epoca poteva, ovviamente, immaginare che quella sarebbe poi stata davvero una tecnica pittorica reale, utilizzata da Picasso per la sua famosa Guernica.

Possiamo concludere che la maggior parte dei pittori vive la sciagurata disgrazia di essere compresa e apprezzata solo post mortem, mentre nel loro tempo conduce un’esistenza spesso amara, ma è probabilmente da questa condizione e dalla completa devozione alla loro passione artistica che nascono la loro arte ed il loro genio, che in sostanza sarebbe la capacità di vedere e raffigurare spazi e sensazioni che agli altri non appaiono ancora importanti.

Marta Rossi e Alice Andena 1A

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