Siamo nel 1961, quando un dei fondatori del WWF (World Wide Fund for Nature), Sir Peter Scott, un ambientalista britannico, decide di disegnare sul logo dell’organizzazione un panda gigante, prendendo spunto dalla bozza dell’artista scozzese Gerald Watterson. L’artista si trovava nello zoo di Londra quando aveva visto per la prima volta Chi Chi, il primo panda gigante ad essere trasferito dalla Cina fino in Inghilterra.
Da allora, il panda diventò il simbolo della lotta per la protezione di tutte le specie a rischio e rappresenta universalmente la più importante organizzazione per la difesa della natura. Ma si può ancora dire che questo animale possa essere il simbolo per eccellenza del rischio di estinzione?
Molti anni fa la risposta sarebbe stata sicuramente affermativa, dato che, fino agli anni ’90, il panda era uno degli animale con più probabilità di estinguersi, non solo a causa del preoccupante numero di nascite (la femmina è fertile solo in primavera, di solito solo per due o tre giorni), ma anche a causa dei cambiamenti riportati dall’uomo sul suo habitat. Il continuo disboscamento aveva, infatti, reso sempre più complicato per i panda trovare i germogli di bambù necessari per il sostentamento. La scarsità di cibo aveva, così, costretto questi animali a spostarsi di continuo, facendoli esporre al bracconaggio e ai mille pericoli dovuti alle infrastrutture costruite dall’uomo. Per difendere questi mammiferi dai pericoli di quel tempo e anche da quelli futuri, la Cina aveva deciso di fondare diverse riserve naturali sparse per tutto il Paese. Questo andò avanti per molti anni, tanto che oggi ci sono 11.800 diverse riserve naturali che occupano più del 18% del territorio cinese.
Nel 2016 l’IUCN, l’Unione internazionale per la conservazione della natura, ha, però, rimosso il panda dalla lista delle specie a rischio, classificandolo come “vulnerabile”. Tuttavia, solo nel 2021 Pechino ha accettato questa nuova classificazione del suo simbolo nazionale principale, avendo paura che potesse indurre ad attenuare gli sforzi per la conservazione di questi animali e che vi fossero delle ricadute d’immagine.
In questi anni è, quindi, sorta la necessità di trovare altri animali che possano diventare i portabandiera di tutte le specie a rischio, le quali tuttora sono molte, tanto che gli studiosi si ritrovano con l’imbarazzo della scelta. Allora perché il panda è ancora il simbolo del WWF?
Nonostante questo mammifero non si possa più considerare come il simbolo corretto, l’organizzazione mantiene il suo logo inalterato, spiegando che ormai il significato non si ferma alla difesa delle specie in via d’estinzione, ma alla protezione della biodiversità dal continuo inquinamento dell’uomo. Il WWF afferma, infatti, che il panda è ormai diventato un simbolo della lotta contro l’inquinamento, un emblema di impegno, concretezza e positività per la tutela degli ecosistemi naturali e per il futuro dell’umanità stessa.
Che sia corretto mantenere il panda come animale simbolico per eccellenza di una delle più importanti organizzazione ambientaliste del mondo, o che il WWF debba invece iniziare a pensare ad un’alternativa, fa ormai poca differenza, perché i simboli non hanno necessariamente una base scientifica, ma trovano la loro giustificazione nella perfetta riconoscibilità su tutto il pianeta. Ed è fuor di dubbio che un animale “coccoloso” e nettamente bicromo come il panda esprime bene le contraddizioni di un mondo diviso in due fazioni: quella di chi desidera proteggere gli ecosistemi e gli animali, e quella più utilitaristica che, al contrario, continua a disboscare l’Amazzonia, o a cementificare le aree suburbane delle nostre modernissime città.
Vittoria Carnini 2B


















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