Cosa dire, in questi tempi, della cosiddetta famiglia tradizionale? Come discuterne senza cadere nella retorica propria di una certa Destra, oggi al Governo, che di questo tema ha fatto il proprio cavallo di battaglia?
Senza dubbio, è un argomento difficile da affrontare. Il dibattito pubblico spesso s’infiamma e si divide tra coloro che sono più attenti alle nuove sensibilità della società contemporanea e quelli che, invece, spesso anche per motivi religiosi più o meno sinceri, si ergono a difesa di modelli e modellizzazioni come faceva Hegel nel suo tempo.
Questi ultimi sembrano affetti da un’amnesia incredibile, quando si tratta l’argomento. Pare, infatti, che dimentichino, se cattolici, non soltanto la particolare natura della famiglia di Gesù, ma anche che il matrimonio non è stato un sacramento per circa metà della storia del Cristianesimo. Prima dell’anno Mille, l’amministrazione di questa usanza era lasciata al buon senso dei laici e la Chiesa raccomandava ai preti di tenervisi lontani. Tra il XII e il XIII secolo, si pensò che, invece, fosse meglio regolamentare anche i costumi; la Chiesa, pertanto, rese il matrimonio un sacramento. Da questo evento storico derivano alcuni problemi di carattere etico e politico che segnano profondamente anche la società odierna.
Nell’idea collettiva, la famiglia cosiddetta “tradizionale” – talvolta impropriamente creduta “naturale” – è un nucleo sociale monogamo, eterosessuale, procreativo, possibilmente duraturo a vita. Non solo è frequentemente chiamata in causa per alimentare il dibattito pubblico nei salotti televisivi, ma viene anche politicamente e polemicamente strumentalizzata, poiché posta in contrapposizione alla pluralità delle altre tipologie di famiglia presenti nel nostro Paese e nel resto del Mondo. Proprio queste, considerate famiglie “moderne”, che tra le molte tipologie comprendono i conviventi, le unioni civili, le unioni omosessuali, le famiglie “arcobaleno” e le famiglie monogenitoriali (i single), sono chiamate a doversi confrontare con una società eterogenea, spesso sospettosa rispetto alla novità.
Come sempre nella Storia, il progresso sociale ha visto nascere nuove realtà, più o meno distanti dal modello tradizionale precedente. Proprio questa è una delle molte sfide a cui dovremmo oggi reagire: studiare come sia possibile, giuridicamente e socialmente, riconoscere a queste altre famiglie l’effettivo e più che lecito diritto all’esistenza.
Tale reazione, quindi, non può e non deve essere la negazione di una contingenza inevitabile. Un esempio a cui, purtroppo, si assiste sovente è il tentativo di legittimare l’esistenza di una sola famiglia – quella tradizionale, la Famiglia con la Effe Maiuscola – screditando la natura degli altri modelli famigliari. Il sillogismo sarebbe così costituito: se la famiglia ha come fine la procreazione, l’unica famiglia che consente la procreazione è quella monogama e, pertanto, è anche l’unica che può essere considerata propriamente una famiglia, poiché le altre non sono che invenzioni della mente, o capricci dell’istinto sessuale.
Questa è la tesi di fondo che deve essere smentita, per evitare che il dibattito si paralizzi sistematicamente: la famiglia monogamica non è un modello naturale. Amalia Signorelli, professoressa e antropologa, ben ricordava che, se è vero che la riproduzione dei mammiferi richiede un ovulo e almeno uno spermatozoo (non una donna e un uomo), l’organizzazione sociale attraverso cui si fa arrivare lo spermatozoo dentro l’ovulo contempla svariate soluzioni. La famiglia tradizionale, pertanto, non può di certo dirsi “naturale”, ma deve riconoscersi come costrutto socioculturale che, in quanto tale, ammettere di poter cambiare con l’evoluzione di quelle stesse cultura e società (italiane o, più in generale, occidentali) di cui pare aver raggiunto lo status di “simbolo”.
Sarebbe molto interessante osservare da vicino la natura e le libertà che il modello tradizionale si permette di prendersi. Esempio lampante è certamente la possibilità, introdotta dal divorzio (che, lo ricordiamo, esisteva già nella Roma Antica repubblicana e, poi, imperiale), di risposarsi più volte. In altre parole? Poligamia diacronica. Non si può, infatti, non trattare l’introduzione nel nostro Paese della legge sul divorzio nel 1970: se in precedenza il matrimonio era veramente “per sempre”, dopo è stato segnato da un’imprevedibile scadenza. È certo anche vero che a questa legge va riconosciuta la modernità che le spetta: è stata fondamentale per concedere, soprattutto alle donne, l’evasione da un destino che spesso non si erano scelte, fatto di soprusi, abusi e violenze quotidiane.
Nella contemporaneità, però, sembra che questa legge, portatrice di possibilità, incontri una necessità sempre più sentita. I tempi odierni vedono sempre più concretamente una sistematica crisi economica, politica, sociale, e culturale. I più segnati da questa “tragedia involontaria” sono i giovani, che vivono un tempo privo di certezze, su cui grava un Debito Pubblico apparentemente insanabile, antecedente alla loro nascita, e governati da una classe dirigente immemore della loro stessa esistenza (e forse anche della propria).
La sintesi concreta di questo collasso generalizzato? La famiglia, oramai segnata incontrovertibilmente.
Si può ancora parlare di “famiglia” oggi, in un tempo in cui si fa sempre più marcata l’imposizione dell’ “io” a discapito del “noi”?
Forse sì, se si abbandona l’idea di famiglia tradizionale.
Il professor Galimberti, filosofo e psicoanalista, in merito all’argomento s’interrogava, giustamente, sul motivo per cui oggi ci si concentri tanto su come nasce un bambino e non su come cresce.
È questa la domanda a cui occorre trovare una risposta, se si vuole chiarire il problema, nell’ottica di costruire un dibattito sano che, chissà, forse potrà anche offrire una qualche soluzione. Oggi sono tantissime le famiglie con genitori divorziati, oppure con gravi problemi relazionali (ad esempio, un padre violento). Cosa ne è dei figli di questi uomini e di queste donne? Crescono male, crescono in un ambiente malsano, perché sanno di essere stati dimenticati, sottovalutati rispetto al capriccio “settecentesco” di due adulti che non vogliono più vedersi, ma che sono legati eternamente da quel segno tangibile e contraddittoriamente incatenante rappresentato dai figli.
Da dove nasce, dunque, il problema della modernità? Dal tentativo di imporre una modellizzazione unica, standardizzante ed unilaterale e di convincersi che la famiglia tradizionale sia quel modello a cui tendere. Mentre, in realtà, è un prototipo da cui tutta la nostra societas occidentale deriva.
Occorre perciò riconoscere l’anacronismo della famiglia tradizionale e l’ipocrisia di una certa classe politica opportunistica, che crede di avere il diritto di penalizzare determinati gruppi sociali perché ritenuti “non conformi” o che, furbescamente, ne sfrutta la presenza per raccogliere consensi in una parte dell’elettorato di riferimento.
È poco dignitoso ridurre i rapporti umani a semplici legami di sangue, come può capire chiunque pensi ai bambini adottati, o a quelli in attesa di adozione nel mondo, che sono sempre molti di più delle famiglie alle quali vengono “concessi” quasi fossero dei pacchi postali. Il vicendevole scambio umano, portatore di arricchimento reciproco, merita più di questo. Merita leggi capaci di riconoscerne l’effettiva esistenza e di salvaguardarne la prosperità. Sarà forse possibile smettere di giudicare le famiglie in base ad etichette e preconcetti e prediligere la sostanza all’apparenza?
Fabio Pasquale 4A


















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