Il capitolo 24 viene aperto dalla figura di Lucia, ancora turbata dalla serata precedente, che si è da poco svegliata e che si trova già in compagnia della vecchia. Ancora una volta la donna cerca di farle coraggio e rassicurarla, ma senza risultati. In realtà le sue parole celano un significato molto egoistico, perché la sua principale preoccupazione è di essere rimproverata dall’Innominato per non averla trattata bene. Tuttavia, Lucia non sembra volersi calmare fino a quando non entrano nella sua stanza Don Abbondio e la buona donna mandata con lui, arrivati lì per riportarla al paesello perché l’Innominato (dopo la sua conversione) chiedeva il suo perdono e l’aveva liberata.

Durante il viaggio per raggiungere il paese, Manzoni descrive il dialogo tra Lucia e la donna appena conosciuta, mettendo in luce la grande differenza di comportamento tra due personaggi. Se, nei capitoli precedenti aveva evidenziato più volte i tentativi fallimentari della donna incaricata dall’Innominato di incoraggiare Lucia, con l’arrivo della buona donna, la ragazza si è sentita subito capita e al sicuro, riuscendo a confidarsi anche sull’esperienza appena vissuta.

Dopo aver trattato brevemente la vita della donna e i sentimenti che provava Lucia, si cambia punto di vista e ci si trova ad ascoltare il ragionamento interiore nella testa di Don Abbondio. Lui viene tormentato da molti pensieri relativi a cosa succederà e alla scarsa dimestichezza in quel modo di viaggiare, perché l’andatura spedita delle mule fa sì che sia spesso sbilanciato in avanti ma, ovviamente, non osa chiedere di andare più piano, anche perché non vede l’ora di essere fuori da quella valle. Teme anche che la notizia della conversione dell’Innominato si sia già sparsa nei dintorni, per cui ha paura che i Bravi abbiano una reazione eccessiva e possano ucciderlo. Si tranquillizza solo quando sono fuori dalla valle e la minaccia del terribile castello sembra allontanarsi definitivamente; a questo punto, però, è assalito da timori più lontani e relativi al futuro, poiché è convinto che Don Rodrigo se la prenderà con lui di fronte a simili novità. Anche perché è certo che non potrà prendersela col cardinale. Teme che il cardinale non potrà proteggerlo, dal momento che ha tanti affari a cui badare, per cui decide di affidarsi a Perpetua raccontandole come si sono svolti i fatti e lasciare che la donna metta in giro la voce.

Una volta arrivati al paese, Lucia venne accolta dalla buona donna nella sua casa e iniziò a sistemarsi, ritrovando il rosario che la notte precedente aveva messo al collo e che le riporta subito alla mente il voto pronunciato. La reazione immediata è di rammarico ed è quasi pentita della promessa fatta, ricordandosi poi della paura che l’aveva accompagnata e della fede sentita al momento della pronuncia. Qui si vede l’umanità di Lucia poiché, anche se lei rappresenta il bene e la buona fede, è comunque una persona soggetta a tentazioni e non sempre le risulta facile seguire la retta via.

Durante il pranzo familiare, il Manzoni, tramite le parole del sarto, sfrutta l’occasione per fare una digressione storica per parlare della carestia, mettendo in luce anche il buon animo del cardinale, il quale rinunciava al suo pane per donarlo in carità per le persone più bisognose.

L’Innominato, intanto, tornato nel suo castello, decide di fare un discorso ai suoi Bravi riguardo alla propria conversione e chiarisce che, da quel momento in avanti, nessuno avrebbe potuto più commettere delitti sperando nella sua protezione: chi vorrà restare al castello potrà farlo e sarà sicuro di ricevere il suo affetto e il suo aiuto concreto durante la carestia, chi invece non vuole restare è invitato ad andarsene. Il capitolo si chiude con lui nella sua stanza mentre pensa al male compiuto ma, tuttavia, è animato dalla volontà di espiazione che lo ha portato a pentirsi e alle opere di misericordia che lo impegneranno nei giorni a venire.

Il giorno seguente Don Rodrigo, dopo essere venuto a sapere dell’arrivo del Cardinale nella città, decide di rifugiarsi a Milano, giurando che sarebbe tornato presto per vendicarsi. Intanto il cardinal Borromeo si sta avvicinando al paese dei Lucia e gran parte dei paesani ne attende l’arrivo, mentre Don Abbondio sembra innervosito, perché teme che Lucia e Agnese possano aver rivelato al cardinale le sue mancanze riguardanti il matrimonio. Anche in questo caso è presente il paragone della folla ad un torrente, in quanto si muovono all’unisono e in modo molto burrascoso, proprio come era accaduto nei tumulti milanesi. I paesani accorrevano in modo disordinato verso il corteo, nonostante Don Abbondio li invitasse a muoversi con maggior ordine.

Il cardinale raggiunge Don Abbondio in chiesa per chiedergli informazioni relative a Renzo e per domandargli se Lucia possa tornare a vivere sicura in paese. Dopo la discussione, il curato crede ingenuamente che Agnese non abbia rivelato al superiore della sua condotta e dunque si rallegra, ignorando che Federigo attende il momento più opportuno per rimproverarlo delle sue mancanze. In realtà, le preoccupazioni del cardinale riguardo a Lucia sono inutili, perché nei giorni precedenti sono accadute alcune cose che l’autore riferisce facendo un passo indietro. Lucia e Agnese sono ospiti nella casa del sarto, nel villaggio vicino al castello dell’Innominato. Poco lontano dal lì, è presente in quei giorni una coppia di nobili milanesi, Don Ferrante e donna Prassede, la quale sente il bisogno di fare del bene a tutti, non tanto per inclinazione caritatevole, quanto per un desiderio personale di sentirsi utile, cosicché spesso impone le sue attenzioni anche a chi non le vorrebbe, finendo per apparire il più delle volte impicciona. Il Manzoni utilizza questo personaggio per rimarcare il concetto dell’elemosina che aveva già citato nel capitolo precedente, spiegando che bisogna fare del bene, ma con moderazione: non bisogna farlo sembrare elemosina. Dato che la donna ha sentito parlare di Lucia e delle sue vicissitudini, decide di incontrarla e manda una carrozza alla casa del sarto per portare madre e figlia alla sua villa. Propone di ospitare Lucia nella sua casa di Milano, dove potrà dare una mano alla servitù. Le offre aiuto non solo perché vuole giovare a Lucia, ma soprattutto perché ha interpretato le vicende nel modo sbagliato, creandosi dei pregiudizi errati sulla ragazza: è convinta che, promessa a un poco di buono e ricercato dalla giustizia come Renzo, sia su una cattiva strada e prende l’impegno di farla ragionare.

Lucia e Agnese accettano la proposta della nobildonna, la quale si offre di comunicare la decisione al cardinale tramite una lettera scritta dal marito. Anche in questo caso l’autore ironizza molto su Don Ferrante, che può decidere solamente l’ortografia della lettera, poiché il contenuto glielo detta la moglie, probabilmente perché lei è più nobile di lui. La missiva viene mandata a casa del sarto e Lucia ed Agnese torneranno al paese per consegnarla al cardinale.

Federigo, dopo aver letto la lettera, è convinto che l’invito di donna Prassede sia benevolo e che la casa dei due nobili sarà un rifugio sicuro per Lucia. Infine chiama Don Abbondio per domandargli per quale motivo non avesse celebrato il matrimonio. Il curato tenta di tergiversare in ogni modo e non vorrebbe aggiungere altri dettagli, ma poiché il cardinale lo incalza, è costretto a raccontare tutta la storia e il solo particolare che omette è, come al solito, il nome di Don Rodrigo, che definisce un “gran signore”. Il cardinale si mostra assai stupito di queste giustificazioni e lo rimprovera ricordandogli che il ministero del sacerdozio non dà certo alcuna garanzia di incolumità ma, anzi, gli spiega che i parroci sono come agnelli tra i lupi, inviati a predicare il Vangelo anche a chi obbedisce alle leggi della violenza e dell’odio. Nessun prete può pensare di fare bene il proprio dovere, se ha paura di farsi ammazzare e, quindi, don Abbondio ha mancato in modo vergognoso e sarebbe assai grave se tutti gli uomini di Chiesa si comportassero come lui.

Lo spirito di Don Abbondio si trova tra gli argomenti, espressi dal cardinale, come un pulcino tra gli artigli di un falco che è portato a un’altezza sconosciuta. Non sa proprio cosa avrebbe potuto ottenere opponendosi a un signore potente, che può raggiungere qualunque obiettivo grazie alla forza e alla violenza. Il cardinale gli spiega che nessuno pretendeva che don Abbondio avesse la meglio, ma doveva aderire al suo compito religioso, senza preoccuparsi delle conseguenze, o rivolgendosi ai suoi superiori, cioè al cardinale medesimo. Manzoni conclude così il capitolo venticinque, tagliando a metà il dialogo fra i due personaggi e lasciando il cardinale in silenzio, mentre attende una risposta da parte del suo interlocutore.

Zara Zanchettin 2F

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