Nel Primo Canto del Paradiso, Dante appare profondamente cambiato rispetto all’Uomo smarrito dell’Antinferno: è cresciuto interiormente, è pronto a salire al cielo in una vera e propria ascensione, e si trova immerso nella desiderata luce. Vive una condizione nuova di beatitudine, intesa non come semplice felicità terrena e caduca, ma come capacità di adeguarsi perfettamente all’ordine divino. In questo stato di armonia, prova quasi una presunzione di immortalità; allo stesso tempo, però, si avverte il dispiacere profondo per ciò che l’Uomo ha perso con il peccato originale, che ha spezzato quell’equilibrio naturale con Dio.

In Paradiso non compaiono piante né animali perché, pur partecipando all’ordine universale, sono creature inferiori e prive di intelletto: il regno celeste è riservato esclusivamente alle anime razionali, capaci di comprendere, di elevarsi (come sosterrà, poi, Beaudelaire) e di accogliere la luce divina. È proprio in questo contesto che Dante si rende conto, quasi all’improvviso, che i suoi piedi non toccano più il Paradiso Terrestre. L’escamotage sembra modernissimo e certo molto efficace: senza accorgersene, ha già oltrepassato il limite tra il mondo umano e quello celeste.

«O buono Appollo, a l’ultimo lavoro

 fammi del tuo valor sì fatto vaso…»

Con questa invocazione Dante apre la Terza Cantica, consapevole di affrontare la parte più alta e difficile dell’intera Commedia. Dichiara di essere stato nel cielo che più riceve la luce divina, l’Empireo, da cui la gloria di Dio si diffonde in tutto l’Universo. Tuttavia, ciò che ha visto è quasi impossibile da riferire, poiché l’intelletto umano, quando penetra in Dio, supera se stesso e perde la capacità di ricordare e di esprimere a parole l’esperienza vissuta. Non a caso Dante afferma:

«trasumanar significar per verba non si poria»

introducendo il tema dell’ineffabilità, che accompagnerà tutta la Cantica.

Per affrontare una materia così elevata, l’autore sente che l’aiuto delle Muse non è più sufficiente ed invoca Apollo, dio della poesia e della profezia, chiedendogli di ispirarlo con la stessa potenza con cui vinse il satiro Marsia. Il dio greco, pertanto, diventa il simbolo dell’ispirazione divina: solo una poesia illuminata da Dio può tentare di descrivere il Paradiso e permettere al poeta di meritare l’alloro, ormai desiderato da pochi nei tempi moderni. Non si tratta di ambizione personale fine a se stessa, ma della consapevolezza di essere chiamato ad un’impresa, seria teologicamente e difficile sul piano poetico, che possa aprire una strada nuova anche per i posteri.

Tutto si svolge a mezzogiorno dell’equinozio di primavera, momento di perfetto equilibrio cosmico, in cui Dante osserva Beatrice mentre fissa il sole con la fermezza di un’aquila che lo guarda all’alba. Spinto dal suo esempio, il poeta fa lo stesso e riesce a sostenere una luce che sulla Terra sarebbe insopportabile: nell’Eden, infatti, le facoltà umane sono cresciute e, gradatamente, continueranno ad intensificarsi durante l’ascesi. La luce intorno a lui aumenta improvvisamente, come se fosse sorto un secondo sole per simboleggiare l’inizio di questa speciale “evaporazione” verso le sfere celesti. Distogliendo lo sguardo dal sole, Dante contempla Beatrice e rimane talmente assorto nella sua bellezza, da subire una trasformazione profonda, paragonabile a quella di Glauco, che da uomo divenne creatura marina, solo che qui al liquido viene sostituita l’aria (si confronti con il Ditirambo 2 di D’Annunzio, che riprenderà la tematica e la svilupperà in un contesto più laico). Il poeta non sa dire se possieda ancora un corpo mortale o se sia ormai soltanto anima, ma percepisce chiaramente di essere andato oltre la condizione umana.

Il suono armonioso prodotto dal movimento dei cieli e l’intensificarsi della luce accendono in lui (e si presuppone nel lettore del suo tempo) il desiderio di comprenderne l’origine. Beatrice, che legge immediatamente nei suoi pensieri (assumendo il ruolo di madre a confronto del ruolo, più paterno e severo, che aveva assunto precedentemente negli ultimi canto del Purgatorio), lo rassicura. Gli spiega che non si trova più sulla Terra, poiché sta salendo verso il Paradiso con una rapidità superiore a quella di una folgore. Questo chiarimento, tuttavia, suscita un nuovo dubbio: come può un corpo mortale ascendere oltre l’aria e il fuoco? La risposta di Beatrice non è di tipo fisico, ma metafisico.

Tutte le creature dell’Universo sono ordinate da Dio in un sistema armonico e ciascuna tende naturalmente al proprio fine: il fuoco sale, la terra resta coesa in se stessa, gli esseri viventi seguono l’istinto, mentre le creature razionali sono inclinate naturalmente verso Dio (verso il loro spirito, si direbbe oggi) che risiede nell’Empireo. L’Uomo, grazie al suo libero arbitrio, può deviare da questo impulso e rivolgersi ai beni terreni, ma Dante, ormai purificato, segue il suo corso naturale verso il suo principio. Per questo non deve stupirsi dell’ascesa e dell’ascesi, proprio come non ci si stupisce di un fiume che scende dalla montagna a valle. Semmai, ci si dovrebbe meravigliare del contrario: di un fuoco che non salisse verso l’alto, di un animo che non volesse elevarsi.

Il Canto si conclude con Beatrice che, dopo aver sciolto i dubbi di Dante, torna a fissare il Cielo, segno che l’ascesa continua e che il viaggio verso Dio è ormai avviato in modo naturale ed irreversibile. In questa conclusione non vi sono eventi spettacolari o brusche interruzioni, ma una calma solennità che rispecchia l’ordine perfetto dell’Universo. Dante ha compreso che la sua salita non è una forzatura contro Natura, bensì il compimento più vivido della sua condizione umana, finalmente liberata dai vincoli della materia e dal disordine causato dal peccato.

Il Primo Canto del Paradiso si chiude, dunque, come un momento di passaggio definitivo, in cui la luce, la fede e l’armonia sostituiscono progressivamente la razionalità terrena: d’ora in poi, il poeta ed il lettore non dovranno più chiedersi come stiano salendo, ma imparare ad accettare e contemplare l’ordine divino, adeguandosi ad esso nella piena beatitudine.

Beatrice Borroni 4C

Rispondi

DI tendenza

Scopri di più da La Voce degli Studenti

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere