Nel cuore del Paradiso Terrestre, quando l’ascesa di Dante sembra aver raggiunto un momento di quiete, avviene uno dei passaggi più solenni e misteriosi:una grande processione allegorica, in osservanza degli usi e delle abitudini annuali dei medievali. Forse non incanterà completamente i lettori moderni, ma all’epoca voleva smuovere lo sguardo e la mente, come un mosaico in movimento, per inscenare la storia della salvezza attraverso simboli, colori e figure bibliche. La forza del Canto sta, innanzitutto, nel cambiamento brusco di atmosfera. Dopo il paesaggio sereno della “divina foresta spessa e viva”, il pellegrino è attirato da una luce improvvisa che illumina tutto il bosco:
Apparve, sì com’io l’avëa immaginato,
una luce per che ‘l sol si dilegua.
L’attesa si traduce in meraviglia, poiché Dante invita il lettore a guardare con lui, ad essere spettatore della scena sacra che sta per aprirsi. La luce non è solo un fenomeno naturale, ma un segno di qualcosa che sta per accadere. Ovvero sfilano, una dopo l’altra, le figure che compongono il corteo: sette donne simboliche, ventiquattro vegliardi, quattro animali apocalittici, un carro trionfale. È un mondo che sembra vivo e allo stesso tempo intessuto di scrittura. Chi legge percepisce la cura con cui Dante costruisce la scena: la sincronia dei movimenti, l’armonia musicale, il cromatismo quasi da vetrata gotica o da mosaico ravennate. Il poeta non si limita a descrivere, ma rende presente ciò che rappresenta. Ogni dettaglio ha un valore allegorico e, insieme, estetico.
Uno dei momenti più intensi è il canto vero e proprio delle anime. Il coro, avanzando lentamente, intona un “Hosanna” che scuote Dante personaggio. Non è solo un riferimento biblico, ma la prova che la bellezza, nel Paradiso Terrestre, si manifesta soprattutto come armonia. La musica, la luce e il movimento concorrono a creare un’esperienza sinestetica. Il corteo è una messa in scena della Rivelazione: Antico e Nuovo Testamento sfilano davanti agli occhi del pellegrino per prepararlo alla comparsa di Beatrice. Ogni elemento è un simbolo, ma sorprende la capacità di Dante di tenere insieme il significato teologico e la potenza immaginifica. Il carro trainato dal grifone, per esempio, unisce umano e divino, materia e spirito. Le donne danzanti rappresentano le virtù teologali e cardinali, ma sono descritte con tale grazia da sembrare figure vive, che quasi si muovono davanti al lettore.
Questa visione non è solo spettacolare, ma profondamente simbolica, in quanto Dante, guidato finora dalla Ragione di Virgilio, si trova davanti al mistero della fede. Il canto XXIX segna, infatti, il momento in cui l’Uomo, purificato, può finalmente accedere ad una conoscenza più intensa e vera. Dopo la fatica della purificazione, Dante si trova davanti al mistero della rivelazione divina, espresso attraverso un linguaggio ricco di simboli e immagini solenni. La visione del Paradiso Terrestre prepara il poeta all’incontro con Beatrice e segna l’inizio di una nuova fase del cammino poiché, da qui in avanti, la conoscenza non sarà più soltanto razionale, ma profondamente spirituale ed interiore.
Il Canto rimane vivido perché è una poesia che guarda verso l’arte: sembra affresco, corteo medievale, vetrata gotica, coro liturgico in cui Dante non vuole solo spiegare, ma far vedere, mostrare, dimostrare. Riesce così bene che, sette secoli dopo, quella processione continua a sfilare davanti agli occhi dei lettori sensibili con la stessa forza, la stessa luce, la stessa meraviglia.
Giada Giaramita 4C


















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