Nel Canto XXVIII del Purgatorio si compie uno dei passaggi più silenziosi, ma anche importanti della Commedia: Dante smette di salire ed inizia a camminare in pianura. Non è un semplice cambiamento di movimento, ma un segno concreto e simbolico. Dato che la lunga fatica della purificazione è ormai alle spalle, ora avanza in piano, “per l’aura dolce sanza mutamento”, in un luogo dove il male non appare più e non può più nuocere.

Il Paradiso Terrestre, o Eden, non è ancora il Cielo, ma il mondo “così come avrebbe dovuto essere” (per citare la Bibbia, poi sfruttata anche in un noto passo tolkieniano) fin dall’inizio. Il paesaggio non è solo esteticamente ammaliante, ma trasmette un senso di armonia totale. L’aria è sempre temperata ed il vento non nasce da fenomeni atmosferici, ma dal moto delle sfere celesti, perché non è un vento completamente reale, quanto piuttosto un vento che porta la soavità all’animo temprato dalla fatica. È come se persino il clima partecipasse all’ordine dell’universo. In questo luogo non esistono caso, disordine o sofferenza: tutto è stabile, sereno, perfettamente in equilibrio. La natura non ha bisogno di essere corretta o controllata, perché è già, di per sé, pienamente come dovrebbe. Questo paesaggio è un vero e proprio locus amoenus, che richiama molto la tradizione classica, ma che si carica altrettanto di valori religiosi cristiani. 

Vi compare Matelda, una figura che colpisce subito per la sua vitalità soave. Dante la vede muoversi lungo il fiume, “cantando e scegliendo fior da fiore”, con una grazia così spontanea da sembrare una creatura originaria, ma non è Beatrice (e non potrebbe esserlo), perché appartiene alla terra prima della colpa, ad un’umanità ancora intatta, ma non beata. Il paragone con Proserpina chiarisce questo contrasto: nel mito la primavera viene spezzata dal rapimento, mentre nell’Eden dantesco resta eterna, immune al peccato e alla perdita. In questo giardino la bellezza non nasce dal desiderio, ma dalla stabilità, dalla consapevolezza di essere nel giusto, dalla parte corretta del pensiero.

Matelda guida nella comprensione dell’Eden e della sua struttura. In primo luogo, scioglie i dubbi di Dante su vento, acqua e condizioni naturali. Riprendendo la tradizione biblica, spiega che il Paradiso Terrestre si è sollevato con il monte del Purgatorio oltre la fascia delle perturbazioni atmosferiche, per proteggere l’Uomo a cui Dio lo aveva donato come “pegno” della pace eterna. L’Uomo vi rimase poco a causa del Peccato Originale, però il luogo conserva ancora la sua eterna primavera e le intemperie non lo toccano.

L’acqua dei due fiumi, invece, non ha origine naturale, poiché sgorga direttamente dalla volontà divina ed è destinata al rito di purificazione finale delle anime. Infatti, successivamente Matelda conduce Dante ai due fiumi, Letè ed Eunoè, spiegando che il primo cancella la memoria del peccato, mentre quello successivo rafforza il ricordo del bene. Tuttavia, l’acqua del secondo fiume non può agire se prima non si beve dal primo. Dante suggerisce, così, che la purificazione non è una semplice rimozione del peccato, bensì un percorso ordinato, che passa prima dall’oblio del male e, poi, dal rafforzamento del bene.                                                        Accanto a Dante restano Virgilio e Stazio, ma il loro ruolo è ormai cambiato in modo evidente. Virgilio non guida più il cammino, né interviene con spiegazioni: si limita ad ascoltare e compare un sorriso nel suo silenzio pieno di significato, perché indica che il suo compito è stato portato a termine. La Ragione umana, che rappresenta, ha accompagnato Dante fin dove poteva: lo ha aiutato a comprendere il peccato, a riconoscere il bene, a purificarsi attraverso la fatica e la consapevolezza. Ora, però, deve fermarsi, dato che servirà qualcosa che vada oltre il pensiero e l’intelletto: la fede, la grazia, una luce che non nasce dall’Uomo, ma gli viene donata.

Questo canto potrebbe sembrare poco movimentato poiché non vi dominano il dramma, né il rumore della sofferenza, ma una calma nuova, che invita a fermarsi e a riflettere. Il Paradiso Terrestre non è il traguardo del viaggio, quanto piuttosto la condizione necessaria per poterlo davvero raggiungere ascendendo al Cielo. Solo chi ha recuperato dentro di sé un equilibrio nuovo può essere pronto per il passo successivo. Ed è proprio in questo giardino perfetto, che l’uomo non può più abitare ma che può ancora ricordare, che Dante si ferma un momento prima di proseguire, consapevole che l’incontro con Beatrice segnerà una svolta definitiva nel suo cammino. Urge precisare, tuttavia, che questa visione bucolico-spirituale del paesaggio archetipico deriva da una necessità umana di trovare finalmente un Ambiente Naturale adeguato a sé, dato che gli Uomini, a differenza di tutti gli altri viventi (animali o vegetali), non hanno un habitat specifico e, come si nota, ne sentono la mancanza

Beatrice Bellora 4C

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