Il canto si apre con un preciso riferimento temporale, costruito attraverso la posizione del sole rispetto a luoghi simbolici del mondo cristiano, come Gerusalemme, e mediante l’osservazione di alcune costellazioni, tra cui la Bilancia, come per identificare in qualche maniera il raggiungimento di un baricentro delle tre cantiche. Grazie a questi elementi astronomici e geografici, si fa comprendere al lettore che il giorno sta volgendo al termine ed è quindi giunto il momento di superare la settima ed ultima Cornice del Purgatorio.

Questa apertura cosmica è tipica del narratore purgatoriale, per collegare il viaggio individuale del poeta all’ordine universale voluto da Dio, ma anche per un gusto astrologico tutto medievale. Dato che il tempo umano e quello divino coincidono, il tramonto simboleggia la fine di una parte del percorso di purificazione. Inoltre, la Bilancia è un segno legato all’equilibrio e alla giustizia, valori che Dante ed il suo Lettore Implicito dovrebbero aver ormai interiorizzato.

Giunti sul ciglio della Cornice, i protagonisti incontrano l’Angelo della Castità, il quale li ammonisce sul fatto che, per poter proseguire il cammino, devono attraversare una parete di fuoco. Alla notizia, Dante personaggio impallidisce per la solita paura un po’ simulata e puerile, in modo tale da farsi rassicurare nuovamente da Virgilio, che gli spiega la natura essenzialmente spirituale delle fiamme: non avrebbero danneggiato il suo corpo, ma purificato la sua anima dagli ultimi residui di peccato, rendendolo degno di accedere al Paradiso Terrestre.

Superata la barriera di fuoco, nel pieno del tramonto, i viandanti non si fermano subito, poiché odono una voce  che pronuncia le parole evangeliche «Venite, benedicti Patris mei». Proviene da una luce accecante, che Dante non riesce a sostenere con lo sguardo ed è una delle numerose citazioni latine – e, più avanti, anche francesi – che Dante inserisce da questo Canto in poi per impreziosirne la forma. Tali inserimenti, sebbene spesso pertinenti e significativi, rendono spesso la narrazione meno fluida e meno intonata sul piano armonico e rimico. L’uso del latino, però, non è mai stato casuale, essendo la lingua della Chiesa, delle Scritture e dell’autorità spirituale, utilizzata per sottolineare l’elevazione del contesto narrativo. Tuttavia, dal punto di vista stilistico, può creare una certa distanza dallo sprovveduto lettore moderno, segnando il passaggio da una poesia più narrativa ad una più teologica.

Con l’arrivo della notte, Dante, Virgilio e Stazio si fermano finalmente a riposare sui primi gradini della scalinata che conduce al Paradiso Terrestre. Osservando le amate stelle, Dante si addormenta e sogna una fanciulla, apparentemente graziosa, che coglie fiori in una campagna rigogliosa e che si presenta come Lia, biblica raffigurazione della Vita Attiva, la quale nel suo discorso accenna anche alla sorella Rachele, che rappresenta invece la Vita Contemplativa. Il sogno ha una funzione fondamentale, poiché permette di anticipare ciò che sta per accadere, suggerendo che il percorso umano deve partire dall’azione virtuosa, per giungere alla contemplazione di Dio. La notte, infatti, segna la progressiva perdita della guida illuminante dell’animo di Dante, incarnata da Virgilio. A differenza dell’Inferno, dove la tenebra è ovviamente associata allo smarrimento, nel Purgatorio diventa un momento di passaggio e di prova per la coscienza. Questa idea richiama direttamente il pensiero di San Tommaso d’Aquino, che riconosce che la Libertà non consiste nel poter scegliere qualsiasi cosa, ma nel saper scegliere il Bene. Capacità che Dante, giunto alla fine del Purgatorio, ha recuperato e grazie alla quale non ha più bisogno di comandi esterni, perché desidera finalmente il Bene spontaneamente.

Sebbene la notte rappresenti, dunque, anche un momento positivo di crescita, Dante sente il bisogno di celebrare la conclusione del ruolo di Virgilio e chiude il Canto con una sorta di orazione di commiato, nella quale viene ribadita l’importanza della guida razionale. In questo passaggio, tuttavia, il poeta indulge in una certa auto-celebrazione, quando fa proclamare da Virgilio stesso la propria padronanza di sé, la propria raggiunta indipendenza dalla sua paterna figura:

«Non aspettar mio dir più né mio cenno;
libero, dritto e sano è tuo arbitrio,
e fallo fora non fare a suo senno:
per ch’io te sovra te corono e mitrio».

Queste parole sanciscono la momentanea fine del ruolo della Ragione umana, in quanto Virgilio non può accompagnare Dante in un Paradiso in cui non ha mai creduto e che richiede la Fede e la Grazia. L’immagine dell’ “incoronare e mitriare” è estremamente significativa poiché fa diventare il poeta, allo stesso tempo, sovrano e sacerdote di se stesso. Ne emerge una certa grandiosità compositiva, che può apparire come vanità, ma che va letta anche come celebrazione della libertà morale conquistata e di un gusto non soltanto medievale, ripreso poi in tanta Letteratura successiva, nel Cinema e nelle altre arti.

Nonostante Dante talvolta ecceda nel sottolineare la propria grandezza, in questa scena emerge una delicata presenza di mondanità che permette un passaggio più armonioso tra Purgatorio e Paradiso, senza creare un brusco stacco narrativo o tematico.

Alessio Sartori 4C

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