Il diciannovesimo canto del Purgatorio si colloca in un punto strategico dell’ascesa di Dante sul monte ed affronta uno dei vizi più insidiosi dell’animo umano: l’avarizia, accompagnata dal suo opposto speculare, la prodigalità. Il discorso si apre con un momento di forte intensità simbolica e psicologica, quando Dante racconta di una visione, ambientata nell’ora che precede l’alba, tradizionalmente ritenuta profetica, poiché portatrice di sogni più veritieri e profetici:

«Nell’ora che non può ’l calor diurno

intepidar più ’l freddo de la luna,

vinto da terra, talor da Saturno…» (Purg, XIX, vv. 1-3)

In questo stato di dormiveglia, al poeta appare una “femmina balba” (balbuziente perché non conosce la parola di Dio), deforme, con occhi strabici e membra storte. La sua figura, inizialmente ripugnante, inizia progressivamente a trasformarsi sotto lo sguardo di Dante, fino a diventare in qualche modo seducente e affascinante, capace di cantare come una sirena. La metamorfosi è però un inganno che rimanda al mito omerico e deve intervenire Virgilio per svelare la vera natura della creatura, smascherandola come incarnazione del desiderio disordinato e dell’attaccamento ai beni terreni.

Il sogno nel Medioevo aveva sempre un valore allegorico: la donna rappresenta l’avidità, che inizialmente appare meschina e priva di attrattiva, ma che, se assecondata, si riveste di un falso splendore, in grado di irretire l’uomo ingenuo. L’intervento di Virgilio simboleggia sempre la Ragione, che ha il compito di smascherare l’inganno delle passioni. Il risveglio di Dante segna, pertanto, il passaggio dalla dimensione onirica a quella morale e prepara l’ingresso nella quinta Cornice.

Ripreso il cammino, infatti, i pellegrini giungono dove si purificano gli avari e i prodighi. La pena è severa e altamente simbolica, dato che le anime giacciono bocconi a terra, con il volto rivolto verso quel suolo che, in vita, avevano amato più di Dio:

«Com’io nel quinto giro fui dischiuso,

vidi gente per esso che piangea,

giacendo a terra tutta volta in giuso.» (Purg, XIX, vv. 70-72)

La posizione delle anime ne indica la colpa: aver rivolto il cuore ai beni materiali invece che alle realtà spirituali. La punizione non è violenta, ma umiliante, perché le costringe a riconoscere la vanità di ciò che un tempo avevano considerato essenziale.

Tra queste anime, Dante incontra Adriano V, pontefice realmente esistito, che confessa apertamente il proprio errore riconoscendo di aver compreso troppo tardi quanto fosse effimero l’attaccamento alle ricchezze terrene:

«La mia conversione, omè!, fu tarda» (Purg, XIX, v. 106)

La sua confessione ha un valore esemplare: persino un papa può cadere nel peccato dell’avarizia, ma nel Purgatorio conta il pentimento, non la carica ricoperta in vita. Dante coglie l’occasione per ribadire la sua critica, già presente dall’Inferno, alla corruzione della Chiesa, causata dall’eccessivo attaccamento al potere e al denaro. Quindi conclude il Canto con un forte richiamo morale, quando Adriano spiega che solo l’amore per Dio può orientare correttamente il desiderio umano e che ogni altra forma di attaccamento conduce inevitabilmente alla sofferenza. Il cammino di Dante prosegue, così, con una nuova consapevolezza: la vera libertà non sta nel possesso, ma nel distacco.

Il Canto XIX del Purgatorio si configura, dunque, come una riflessione profonda sull’inganno delle ricchezze e sulla necessità di educare il desiderio. Attraverso il sogno, la pena e la parola di un pontefice penitente, Dante mostra come la redenzione passi sempre dal riconoscimento dell’errore e dall’umile ritorno a Dio, ovvero a non vivere rincorrendo unicamente i beni materiali ed i cosiddetti “piaceri” fisiologici, tanto di moda ora come allora.

Pietro Gallazzi 4C

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