Nel Canto XXVI del Purgatorio, Dante giunge al cuore della settima Cornice, dove la lussuria si purifica nel fuoco. Viene ancora accompagnato da Virgilio e Stazio, avanzando sul margine esterno della fiamma che avvolge la montagna. Il sole che colpisce il suo braccio e ne proietta l’ombra rivela la sua condizione di essere vivente: è un momento molto intenso, perché il poeta non si limita a dire “sono vivo”, ma lo mostra attraverso la fisicità dell’ombra, come se volesse difendere il valore del corpo contro ogni riduzione troppo spiritualistica ed astrattizzante. È come se prendesse la lezione aristotelica dell’Uomo come σῶμα ψυχή (soma psüché) e la facesse diventare un’immagine concreta: la carne non è un ostacolo, ma parte della verità di ciascuno di noi.
Le anime, vedendolo, si stupiscono e gli chiedono come mai la morte, “la rete che prende ognuno”, non l’abbia ancora catturato. Ma, prima che possa rispondere, sopraggiunge una seconda schiera di lussuriosi che avanza in direzione opposta lungo la fiamma. Le due processioni si sfiorano con baci rapidissimi, come formiche che si toccano il capo: una similitudine naturalistica che sembra quasi voler restituire la meccanica del desiderio umano quando si spoglia della libertà e diventa impulso. Pare che si suggerisca che il peccato, anche se riguarda l’amore, può degradare l’uomo a livello animalesco. Subito dopo, ciascuna schiera grida il proprio esempio di peccato: “Sodoma e Gomorra” i nuovi arrivati, “Pasifae” gli altri. Per Dante è un gesto coraggioso distinguere due forme di lussuria nella stessa cornice: contro natura e secondo natura, però bestiale. Risulta significativo che, rispetto all’Inferno, qui la sodomia non sia più atto di violenza pura, ma un amore deviato. Come se Dante stesse dicendo che ogni desiderio, anche quello sbagliato, merita una possibilità di riscatto, non solo una condanna, se ci si pente di essersi abbandonati a degli impulsi troppo istintuali. Il riferimento alla tradizione aristotelico-tomista non è un tecnicismo, ma una chiave di lettura: l’amore può essere corretto perché nasce da una radice buona.
Quando il tumulto si placa, Dante finalmente risponde: il suo corpo è con lui, “con sangue e con giunture”, perché Beatrice lo attende e gli ha ottenuto la grazia del viaggio. In questo passaggio la Commedia sembra toccare uno dei punti più intensi: Dante, uomo della terra, non rinnega il corpo per salire verso Dio. In un Medioevo che spesso diffidava della carne, poiché la assimilava solo alla tentazione, non comprendendo affatto l’aspetto naturale degli istinti, il poeta afferma il valore sacramentale della corporeità. Non è un incidente se la salvezza passa attraverso l’Incarnazione: la carne ha un destino.
Le anime restano colpite da questa eccezionalità, come un montanaro che vede per la prima volta la città, ed una di loro prende voce. Il linguaggio è elevato, raffinato, pieno di metafore ardite: parla della sua colpa come “ermafrodita”, richiamando Ovidio e la fusione disordinata di Ermafrodito e Salmace. L’immagine sembra che indichi la confusione degli affetti quando non sono disciplinati dalla ragione: un desiderio che non sa dove andare, un’identità che si perde. Poi si descrive Pasifae come “colei che s’imbestiò ne le ’mbestiate schegge”, un’espressione che ripete il verbo come a voler incidere l’idea di una regressione bestiale, il punto esatto in cui l’amore perde la sua forma umana.
Quell’anima, all’improvviso, si rivela: è Guido Guinizelli, il padre dello Stilnovo. Dante incontra la sua “radice poetica”, ed il modo in cui reagisce, il desiderio quasi fisico di buttarsi nel fuoco per abbracciarlo, mostra che l’amore intellettuale può essere più forte del timore corporeo. Vi si potrebbe vedere una dichiarazione poetica: la vera filiazione non è di sangue, ma di stile, di parola, di estetica vitale. Quando Dante tace e cammina fissandolo, si sente una reverenza rara: è l’incontro con chi ha insegnato che l’amore può essere “nobile”, che la donna è “angelicata”, una via verso l’assoluto. Nel dire che le rime di Guinizelli saranno preziose “fin che ’l volgare durerà”, Dante sembra rispondere a Platone: sì, la parola può rendere immortali. Infatti, la Commedia viene letta e studiata ancora oggi in tutto il mondo.
Guinizelli, con umiltà, indica un altro: Arnaut Daniel. Sostiene che molti, per ignoranza, preferiscono Giraut de Bornelh, un po’ come molti lettori credono di sapere cos’è la buona poesia senza averla davvero ascoltata. La sua scelta di Arnaut come maestro del “parlar materno”, il volgare, è affascinante, poiché contraddice il De Vulgari Eloquentia, dove Arnaut non era posto al vertice. Parrebbe una confessione indiretta: il viaggio ha cambiato il personaggio di Dante. La teoria lascia spazio all’esperienza e, soprattutto, la poesia non è solo tecnica: è responsabilità. Forse è per questo che Guinizelli e Arnaut, pur innocenti biograficamente, si trovano tra i lussuriosi: perché la loro poesia d’amore poteva incendiare i lettori. Come è accaduto tragicamente a Paolo e Francesca. È un pensiero scomodo: la letteratura può ferire. E Dante, mettendo qui i suoi maestri, riconosce che la parola ha un peso morale.
Arnaut parla in perfetto provenzale: «Eu sui Arnaut, que plor e vau cantan». È una delle più belle autorivelazioni dell’intera Commedia: il poeta che “piange e va cantando”. Vi si può intravedere l’essenza dell’arte: il dolore elevato a canto, la ferita trasformata in forma. È una coincidentia oppositorum che richiama i mistici medievali e Catullo (che, però, Dante non pare aver conosciuto a causa dell’indifferenza dei medievali nei confronti della sua poesia): gioia e dolore insieme nella purificazione. Arnaut ricorda il “folor”, la passione terrena, ma già guarda alla “joi”, la gioia divina. È un passaggio di soglia: il poeta cortese diventa poeta della salvezza.
Quando Arnaut si rituffa nel fuoco, il Canto termina in un’atmosfera sospesa: Dante resta davanti a una fiamma che non brucia solo il peccato, ma la stessa tradizione poetica dell’amore cortese, ormai retaggio di un passato che non si può più riproporre. Potentissimo questo gesto: la purificazione della lussuria diventa la purificazione della lingua. Il cerchio iniziato con Francesca, che ha letto male la letteratura d’amore, si chiude qui, con i suoi maestri che espiano nel fuoco ciò che la loro stessa poesia poteva generare. E Dante, che nel canto successivo entrerà nel fuoco, sembra dichiarare: per cantare Beatrice, la poesia deve lasciarsi dietro la sua componente più sensuale, più “bestiale” e concretizzante, diventando finalmente trasparente all’assoluto.
Così il Canto XXVI non è solo un episodio narrativo, ma una meditazione sulla natura del desiderio, una riflessione sul potere (e pericolo) della parola poetica, ed un manifesto estetico. La poesia, dice Dante, deve purificare il fuoco che essa stessa accende. Ed è forse questo, più di ogni altro elemento, che rende il canto una soglia: si sta per spegnere la luce dell’amore terreno e si accende la luce dell’amore teologico, quello che non a tutti è dato di provare durante la vita.
Emma Xheka 4C


















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