Nel Canto XXIII del Purgatorio, Dante sale nella Cornice dei Golosi, dove la fame non è soltanto una condanna, ma diventa simbolo di purificazione e rinascita, perché viene trasformata in metafora del desiderio spirituale. Il poeta non rappresenta la “pena” come una punizione infernale, ma come un lento processo di purificazione. Le anime, infatti, sono così smagrite da sembrare trasparenti: figure “doppie”, in cui la sostanza sembra cedere per la  debolezza a causa del digiuno, ma questa sofferenza fisica diventa segno della rinascita interiore. Questa doppia natura — corpo e spirito, materia e grazia — è la stessa del Purgatorio: un luogo di passaggio, dove l’umano non è ancora completamente redento, ma già vibra alla ricerca di una luce diversa.

Il confronto con i golosi infernali chiarisce la mutazione da dolore a riscatto del proprio peccato. Nel Terzo Cerchio dell’Inferno, i peccatori di Gola — come Ciacco — giacciono nel fango, travolti da una pioggia fredda e puzzolente, simbolo della loro vita passata, dominata dall’eccesso e dal disordine. Il loro corpo è un peso, la fame è una condanna immutabile, la parola stessa si fa lamento o rabbioso ruggito. Nel Purgatorio, invece, la fame è disciplina, misura, educazione del desiderio. I penitenti non divorano, ma si lasciano divorare dall’attesa, che li porta alla purificazione. È il rovesciamento del mito di Eresitone, il giovane punito da Demetra con una fame insaziabile che lo porta a divorare se stesso. Mentre nel mito la fame è distruzione, nel Purgatorio diventa una via di salvezza. Digiunando, le anime si nutrono di luce, quindi si cibano della forza che le porta a resistere. Perdendo il corpo, riconquistano lo spirito.

In mezzo a queste ombre leggere, Dante riconosce l’amico Forese Donati, e il tono del canto si fa improvvisamente più umano. L’incontro è tenero e ironico poiché i due si scambiano battute, ricordano le loro bravate giovanili e perfino la condanna si colora d’affetto. Si percepisce l’ironia, la “presa in giro”, che nel Purgatorio non è derisione, ma riconciliazione: ridere del proprio passato significa perdonarsi, accettare la fragilità come parte della propria storia.

Nel dialogo, Dante appare quasi infantile, curioso, pieno di domande semplici: chiede come Forese riesca a sopportare tanta fame, come funzioni il tempo nel Purgatorio, come si mantenga viva la speranza. È la curiosità del suo Lettore Implicito che va soddisfatta. Vi si avverte un’eco di Socrate, che sosteneva che la vera sapienza consiste nel “sapere di non sapere”. Anche Dante, come il filosofo greco, scopre che riconoscere la propria ignoranza è il primo passo verso la conoscenza autentica. Non è più solo l’intelligenza razionale di Virgilio a guidarlo, ma una consapevolezza interiore che nasce dall’umiltà.

Nel raccontare la sua condizione, Forese cita il grido “Elí” — le parole di Cristo sulla croce nel Vangelo di Matteo (“Elí, Elí, lamma sabactàni”, o Eloì, Eloì, lemà sabactàni 27,46). È un momento carico di senso religioso, poiché Gesù che si sente abbandonato da Dio è il simbolo estremo della fame spirituale, della sete d’amore e giustizia che attraversa l’umanità. Allo stesso modo, le anime purgatoriali non soffrono per essere punite, ma per purificare il proprio desiderio: la loro fame è una partecipazione alla passione del Cristo, un cammino verso la redenzione.

Mentre gli amici parlano, il paesaggio attorno sembra risvegliarsi. Si descrive una terra punteggiata di gemme che brillano come rugiada e alberi maestosi che si piegano al vento. La natura diventa un personaggio morale, un riflesso della Grazia divina che agisce nel mondo. È difficile non pensare a visioni più moderne, come quelle di Tolkien, in cui la foresta e le sue creature incarnano la presenza del sacro nella materia. Altrettanto per Dante, come per Tolkien, (e come per il primo Romantico inglese, Wordsworth, per il francese Baudelaire o in Italia per Pascoli) la Natura non è mero sfondo, ma voce di Dio o dell’Universo: un linguaggio simbolico che parla agli uomini attraverso la bellezza.

Proprio tra questi arbusti, Dante riconosce l’eco dell’albero del Paradiso terrestre, quello della conoscenza del bene e del male, da cui Adamo e Eva presero il frutto proibito. È un’immagine di straordinaria potenza: laddove era nata la colpa, ora si compie la redenzione. I golosi, che in vita non seppero resistere al richiamo del piacere, ora si trovano davanti a un nuovo albero carico di frutti succosi; eppure resistono. La tentazione è la stessa, ma la risposta è diversa. In questo capovolgimento Dante costruisce una delle scene più luminose del Purgatorio: il Peccato Originale viene simbolicamente guarito proprio attraverso la stessa immagine che lo aveva generato. L’albero, da strumento di caduta, diventa prova di resurrezione. È un simbolo di libertà, che rende l’uomo non più schiavo del desiderio, ma lo purifica, lo trasforma in amore ordinato verso Dio.

Quando Forese, ormai pronto a salire, annuncia a Dante la prossima apparizione di Beatrice, il tono si fa più solenne. Beatrice non è più la fanciulla idealizzata della Vita Nova: è una figura di luce e di giudizio, destinata a sostituire Virgilio come guida. Forese la nomina con rispetto e timore, prefigurando il momento in cui Dante dovrà confrontarsi con lei non come innamorato, ma come discepolo davanti alla verità. Qui si percepisce una maturazione progressiva nel cammino interiore del poeta, poiché comincia a “camminare da solo”, ad affidarsi non più soltanto alla ragione di Virgilio, ma a una nuova forma di conoscenza spirituale, che nasce dalla fede e che è personale.

Il Canto XXIII, dunque, intreccia corpo e spirito, amicizia e desiderio, peccato e redenzione. In un mondo come il nostro, dominato dall’eccesso e dal consumismo, la lezione di Dante resta quanto mai viva: imparare a desiderare con misura, a riconoscere il limite come possibilità di salvezza, a non esagerare, perché solo chi ha conosciuto la mancanza può davvero comprendere la pienezza. La fame che punisce, se accolta con umiltà, diventa una fame che redime.

Giulia Ghiglioni 4C

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