Domenica 19 ottobre dei ladri sono entrati al Louvre tramite una scala esterna predisposta per i lavori di ammodernamento e manutenzione dell’antico edificio. Il loro camuffamento? Semplici vestiti da operai. Così sono riusciti ad introdursi nel museo passando inosservati e a rubare ben nove gioielli preziosissimi, parte del corredo della moglie di Napoleone III ed ultimi reperti dei Gioielli della Corona di Francia dispersi durante la Rivoluzione, per una refurtiva totale dal valore di 88 milioni di euro.
Il furto è avvenuto in appena 4 minuti e durante la fuga uno dei tre rapinatori ha provato ad incendiare il montacarichi che hanno usato per entrare dalle vetrate, prima di dileguarsi per le strade di Parigi con innegabile abilità.
Nonostante il responsabile della sicurezza affermi che gli allarmi siano scattati e che le guardie abbiano avvisato repentinamente le forze dell’ordine, mettendo in fuga i ladri, che avrebbero lasciato alcuni oggetti sulla scena del crimine, nonché uno dei nove gioielli durante la fuga, la causa principale dell’intrusione indebita va ricercata in una serie di leggerezze organizzative davvero sorprendente. I vetri delle finestre non erano protetti da alcun impianto d’allarme, le vecchie teche di cristallo antiproiettile erano state sostituite anni fa con altre meno inviolabili, le telecamere non coprivano quella sezione del museo come sarebbe apparso ovvio anche ad un bambino, dato il contenuto di ridotte dimensioni e facilmente asportabile, rispetto ai quadri o alle statue. Se il personale del Louvre lamenta ormai da tempo la difficoltà di controllare uno spazio tanto ampio ed affollato, qualunque visitatore avrà potuto rendersi conto di persona di una gestione disfunzionale degli ambienti, con troppe opere famosissime “incastrate” in pochi locali, mentre altri corridoi restano semi-vuoti, oppure ospitano un numero minore di opere d’arte.
Le indagini ancora in corso non lasciano trapelare particolari sospetti o progressi evidenti, ma si pensa che fosse un furto su commissione, poiché sarebbe impossibile piazzare sul mercato dei gioielli tanto noti, fotografati e catalogati. Anche smembrandoli in più parti, al di là del danno culturale inestimabile, potrebbero non fruttare nemmeno la metà del valore economico odierno; però rimane il danno d’immagine della Francia e del museo più conosciuto al mondo.
Samuele Gazerro 3E


















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