Nel lento scorrere del viaggio dantesco attraverso le cornici del Purgatorio, l’Ottavo Canto si presenta come una soglia luminosa e crepuscolare. L’anima vi si ferma per riprendere fiato ed il tempo sembra piegarsi in una sacra sospensione, poiché si percepiscono una dolcezza malinconica e un’attesa dignitosa, mentre il silenzio della sera si trasforma in suoni e canti. Al tramonto la luce diventa più debole, si spegne dolcemente, come un respiro che si posa, e l’anima si volge verso l’alto, cercando conforto e protezione. Si tratta di un momento topicizzato dalla Letteratura in molte epoche sin dalla Classicità, ma che assumerà la sua funzione più evidente solo durante il Romanticismo.

In questo contesto si alza la voce corale degli spiriti purganti, che intonano il Te lucis ante terminum (Te, prima del termine della luce) un inno latino della liturgia delle ore, tradizionalmente recitato alla Compieta, la preghiera della sera. Veniva cantato dai monaci al termine della giornata come invocazione di difesa da parte di Dio, perché i sogni notturni e le suggestioni diaboliche non contaminassero i loro spiriti durante il riposo.

La scelta di Dante non è affatto casuale: questo antico inno, risalente al IV secolo d.C., ha il tono di una supplica umile ma solenne, che si affida alla luce divina prima di sprofondare nel buio della notte. Non si tratta solo di una pratica liturgica, quanto piuttosto di un gesto poetico e teologico: le anime, che già vivono in un punto di confine tra il tempo degli uomini e quello di Dio, riconoscono la loro vulnerabilità e invocano una presenza che le custodisca nel sonno. Dato che il male – simboleggiato più avanti dal serpente che apparirà nella valle – è sempre in agguato, il canto corale serve non solo a unirle in una comune preghiera, ma a rinnovare il patto di fiducia tra l’uomo e Dio. C’è un’intensità drammatica nella calma apparente di questo momento, perché proprio nella luce che muore si svela il maggior bisogno di salvezza.

In questo clima di spiritualità sospesa, si svolge l’incontro tra Dante e Virgilio con due anime nobili: Nino Visconti e Corrado Malaspina. Il primo fu un personaggio storico realmente esistito, che si rivolge a Dante con dolcezza e un pizzico di nostalgia, chiedendogli di ricordare alla figlia Giovanna di pregare per lui. La moglie, invece, lo ha dimenticato in fretta, sposando un altro uomo e dimostrando quanto sia fragile la memoria umana, vulnerabile alla corrosione del tempo e degli interessi. Le parole di Nino rivelano il dubbio universale di chi teme di essere stato amato solo per il corpo e non per l’anima, e che ora, nell’eternità, ha bisogno della fedeltà dei vivi per continuare il suo cammino di purificazione. Dante mette in luce l’importanza della preghiera altrui nel destino ultraterreno delle anime, in quanto nessuno può salvarsi da solo, e la salvezza stessa diventa un gesto di relazione.

A rafforzare questo legame tra cielo e terra, ecco arrivare i due angeli che si pongono a guardia della valle. Con le loro spade di fuoco e una luce brillante, incarnano la risposta divina alla preghiera del Te lucis ante, simboleggiando la protezione invocata. Quando il serpente fa la sua apparizione, lo respingono senza alcuna esitazione e senza fatica apparente, poiché si tratta solo di un episodio simbolico, come quelli delle Sacre Rappresentazioni che si svolgevano spesso sui sagrati delle chiese.

L’incontro successivo con Corrado Malaspina approfondisce il tema dell’etica cortese e dell’ospitalità. Il secondo oratore, infatti, esprime con ammirazione il proprio legame con la famiglia, nota per generosità e onore, e Dante anticipa la verità di queste parole. Dietro all’elogio si cela, come sempre, un messaggio più profondo, perché per Dante la nobiltà non è solo una questione di sangue, bensì una qualità morale e spirituale. Malaspina, con la sua dignità sobria, rappresenta un ideale umano che unisce terra e cielo, e che Dante riconosce come ancora presente nel mondo, nonostante i tempi difficili. Un messaggio di questo tenore sembra ancora molto attuale e potrebbe spingere anche i lettori moderni a soppesare meglio la loro nobiltà d’animo e quella di chi li circonda.

In questo intricato intreccio di memoria, preghiera e attesa, l’Ottavo Canto del Purgatorio innalza la voce umana, per farla diventare una specie di ponte verso il divino. In tale direzione si può stabilire un legame profondo con la canzone Preghiera in gennaio di Fabrizio De André, uno degli autori più sensibili al tema della misericordia e della condizione degli uomini.

Scritto dopo l’inaspettato suicidio di Luigi Tenco durante un Festival di Sanremo, il brano rappresenta un atto d’amore e di pietà verso Dio: non è un’accusa, ma una supplica, affinché la grazia trionfi sul giudizio. Proprio come il “Te lucis” cantato dalle anime, anche la preghiera di De André nasce nell’ora della disperazione, però non si chiude nella condanna, poiché chiede che il cammino non si fermi nel dolore, ma trovi comunque una via verso la luce.

Lascia che sia fiorito

Signore, il suo sentiero…

Queste parole, nella loro semplicità, richiamano l’intensità dei salmi e degli inni cristiani, esprimendo una fede non rigida, ma profondamente poetica e più adulta di quella banalmente popolare. Il gesto del perdono rappresenta il culmine dell’esperienza umana. Proprio come Dante riconosce che una preghiera può liberare un’anima dal Purgatorio, De André è convinto che l’amore, anche dopo la morte, possa ancora redimere ciò che sembrava perduto. Entrambi si esprimono da un confine: Dante dal monte che separa Inferno e Paradiso, De André da una modernità ferita che cerca ancora le parole per esprimere la speranza. In entrambi, la voce che canta – in poesia o in canzone musicata – non è solo arte, ma una liturgia laica, una preghiera condivisa, un mezzo di salvezza.

L’Ottavo Canto del Purgatorio, pur essendo radicato nel medioevo, riesce a connettersi con la sensibilità modernissima di un cantautore che ha fatto della compassione il fulcro della sua arte. Ci ricorda che, anche quando la sera scende, quando l’anima è affaticata e il tempo sembra esaurirsi, può ancora emergere un canto, delicato ed essenziale, che ricerca la luce e promette redenzione anche a chi può aver commesso errori apparentemente irreparabili, come il suicidio.

                                                                                                                                                      Giulia Cristina 3C

Rispondi

DI tendenza

Scopri di più da La Voce degli Studenti

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere