Il primo canto del Purgatorio si apre con il proemio della II Cantica, che richiama, per struttura e intento, il Canto II dell’Inferno, dove Dante aveva invocato genericamente le Muse. Stavolta, però, si rivolge direttamente a Calliope, Musa della poesia epica, invocandone l’ispirazione per poter raccontare degnamente il secondo tratto del suo viaggio ultraterreno. La “navicella del mio ingegno”, come la definisce con leggerezza e acume, è pronta a salpare dal “crudele” mare infernale, per dirigersi verso acque più miti e rasserenanti: quelle che circondano il monte del Purgatorio.

«Per correr miglior acque alza le vele
omai la navicella del mio ingegno,
che lascia dietro a sé mar sì crudele.»  (Pg, I, vv. 1-3)

Con questa immagine, Dante introduce il passaggio a una nuova dimensione: non più l’orrore senza speranza, ma un cammino di purificazione. Il Purgatorio è, infatti, il regno in cui l’anima, attraverso il pentimento, si libera dalle colpe e si rende degna di salire al già meritato Paradiso.

Consapevole della sfida poetica e spirituale che lo attende, il poeta chiede il sostegno di Calliope, la Musa che, secondo il mito in Ovidio (Metamorfosi V 302 ss.), aveva sconfitto con il suo canto le figlie di Pierio, re di Tessaglia, colpevoli di aver osato sfidare le Muse stesse, e trasformate per punizione in gazze (poi simbolo, in realtà, dei poeti, ripreso dalle famose Gazze Parlanti di un noto brano di De André). Dante intende far risorgere una poesia ‘’morta’’, animandola con un nuovo spirito, per cantare la speranza dopo aver descritto la dannazione.

Il primo dato offerto al poeta è visivo, poiché può respirare di nuovo aria pura, mentre ammira il cielo prima dell’alba, il quale risulta di un bell’azzurro intenso. E’, ovviamente, la mattina di Pasqua, il giorno della liturgia che segna la Resurrezione di Cristo e la vittoria sul peccato. In alto spiccano quattro stelle mai viste prima, che brillano con una luce intensa nel cielo australe:

«I’ mi volsi a man destra, e puosi mente

a l’altro polo, e vidi quattro stelle

non viste mai fuor ch’a la prima gente.» (Pg, I, vv. 22-24)

Queste stelle — che secondo molti studiosi rappresentano le quattro virtù cardinali (prudenza, giustizia, fortezza e temperanza) — illuminano la scena con una luce così forte, che Dante paragona il loro effetto a quello del sole, dato che si era avvezzo alle tenebre quasi assolute degli Inferi. Guarda quelle stelle con meraviglia e prova compassione per l’emisfero settentrionale che ne è privo, sottolineando il desiderio di viaggiare per il vasto mondo di una civiltà, quella fiorentina medievale, che non l’avrebbe mai potuto fare davvero:

«O settentrïonal vedovo sito,
poi che privato se’ di mirar quelle!» (Pg, I, vv. 25-26)

Non appena Dante distoglie lo sguardo da quella meraviglia celeste, si accorge della presenza di un anziano dall’aspetto solenne: Catone l’Uticense, posto da Dio come custode del Purgatorio. La sua figura imponente si staglia nel paesaggio ancora immerso nella quiete dell’alba. I suoi capelli e la barba lunga brizzolata, raccolta in due trecce che gli scendono sul petto, lo rendono simile a un personaggio biblico, o mitico, e la luce delle quattro stelle lo illumina talmente tanto, che Dante lo vede “come se ‘l sol fosse a sua fronte”. 

La sua presenza in questo luogo ha suscitato molti dubbi fra i commentatori. Catone, infatti, era un pagano, vissuto nel I secolo a.C., noto per la sua opposizione a Giulio Cesare e per essersi suicidato a Utica pur di non sottomettersi al potere imperiale. Risulta sorprendente che Dante collochi un personaggio del genere non solo tra le anime salve, ma addirittura come custode del secondo regno dell’aldilà, perché la teologia cristiana condannava il suicidio come peccato grave e considerava i pagani, anche virtuosi, destinati al Limbo.

Dante, invece,  gli riserva questo ruolo sulla scorta di una lunga tradizione antica, che riconosceva in Catone un altissimo esempio di vita morale e dignitosa, vedendo in lui il simbolo di chi combatte tenacemente per la libertà politica e ne fa un emblema di lotta per la libertà dal peccato.

Catone, dunque, senza esitazione, si rivolge ai due poeti con tono severo, chiedendo:

«Chi siete voi che contro al cieco fiume
fuggita avete la prigione eterna?» (Pg, I, vv. 40-41)

Dato che sospetta che Dante e Virgilio siano due anime dannate evase dall’Inferno e risalite attraverso il fiume sotterraneo, si chiede chi abbia potuto infrangere le leggi divine permettendo la loro presenza anomala e se, per caso, “le leggi d’abisso” siano cambiate.

A questo punto, Virgilio prende per mano Dante e lo invita ad inchinarsi con rispetto, abbassando il capo davanti all’autorevole custode. Poi, con eloquenza e umiltà, risponde che non è venuto di sua iniziativa, ma è stato mandato da una donna beata del Cielo (Beatrice), che gli ha chiesto di soccorrere Dante e guidarlo verso la sua salvezza. Il poeta latino sottolinea che Dante è ancora vivo e che il suo viaggio, pur iniziato tra i dannati, è parte di un disegno divino volto alla liberazione dell’anima:

«Libertà va cercando, ch’è sì cara,
come sa chi per lei vita rifiuta.» (Pg, I, vv. 71-72)

Le parole di Virgilio servono, perciò, a riepilogare le vicende della I Cantica in una sorta di breve analessi, forse a beneficio dei lettori che non avessero presente gli ultimi Canti infernali, pur avendoli letti magari in passato. Il suo discorso è un’abile suasoria, con tanto di captatio benevolentiae in cui il poeta latino cita la moglie Marzia che lui aveva conosciuto nel Limbo. Virgilio promette che, se Catone li lascerà passare, lui stesso tornerà dal’anima della donna e le racconterà quanto avvenuto. La risposta di Catone è, però fermissima: ciò che appartiene al regno oscuro non ha più voce su di lui perché, da quando fu tratto dal Limbo, le leggi divine non gli consentono più di commuoversi per affetti terreni ancora legati al peccato:

«Marzia piacque tanto agli occhi miei
mentre ch’io fui di là» (Pg, I, vv. 88-89),


Tuttavia Catone,  riconoscendo che la missione di Virgilio è sostenuta da una donna del Paradiso, concede ai pellegrini il permesso di proseguire, ma impone due condizioni rituali: prima di salire il monte, Dante deve purificarsi. Virgilio dovrà lavargli il volto, per cancellare ogni traccia dell’Inferno, e cingergli i fianchi con un giunco (pianta flessibile e resistente simbolo di umiltà ed obbedienza, usata allora anche durante le processioni della Settima Santa):

«Va dunque, e fa che tu costui ricinghe
d’un giunco schietto» (Pg, I, vv. 100-101)

Infine Catone svanisce nella luce dell’alba. Il suo intervento, sebbene severo, si rivela necessario, poiché permette a Virgilio di riagganciare l’interesse del lettore e ribadisce l’importanza del viaggio come progetto voluto da Dio. Il nuovo tratto del viaggio di Dante, aperto alla speranza, può finalmente spingere anche chi lo sta leggendo a non abbattersi di fronte alla fatica che dovrà affrontare: sia per riuscire a leggere tutti i Canti del Purgatorio, sia per riuscire a purificarsi insieme al Dante Personaggio.

Pietro Gallazzi 3C

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