Le passerelle di Milano e Parigi negli ultimi mesi mettono in mostra il trend più recente della moda: collezioni audaci, stilisti visionari e, soprattutto, modelli e modelle che, ancora una volta, incarnano un certo inveterato ideale di bellezza. Ma cosa si sta nascondendo dietro tutti quei colori, i flash dei selfies e i tessuti di lusso? Quale corpo sta davvero celebrando la moda di oggi?
Non si tratta solo di abiti, poiché la moda, da sempre, è anche un linguaggio visivo che comunica un ideale, spesso mascherato dietro i lustrini, o sottovalutato negli effetti che può produrre. Purtroppo, si deve constatare che domina da decenni sempre lo stesso prototipo estetico stereotipato: un corpo magro, slanciato, giovane, tonico. Questo modello, iniziato con la Paolina Borghese di Canova a inizi Ottocento, viene presentato come aspirazione, come obiettivo da raggiungere, tanto da influenzare non solo il modo in cui ci vestiamo, ma anche quello in cui percepiamo noi stessi.
Tuttavia, non sempre è stato così. La Storia dell’Arte e della cultura attestano epoche in cui il corpo ideale era molto diverso dall’unico “formato” di cui stiamo discutendo. In questo confronto, urge riflettere meglio su come è cambiata l’idea di bellezza nel corso del tempo e, ovviamente, su cosa possiamo imparare dal passato, per pensare diversamente in futuro, o almeno nel presente.
Per trovare le prime immagini del corpo femminile nella Storia umana, dobbiamo tornare indietro di migliaia di anni. Uno degli esempi più antichi e noti è la Venere di Willendorf, una statuetta paleolitica di circa 25.000 anni, che raffigura una donna dalle forme estremamente abbondanti. Fianchi larghi, seno grande e ventre prominente: un corpo che oggi verrebbe definito “non conforme” agli standard, ma che allora rappresentava fertilità, abbondanza e ricchezza.
Anche nell’antica Grecia e a Roma, il corpo ideale femminile non era sinonimo di magrezza. L’ideale corrispondeva con la proporzione, l’armonia, la sensualità delle forme. Le statue classiche mostrano corpi pieni, equilibrati e robusti.
Con il Rinascimento, questa pratica culturale proseguì, dato che gli stilemi estetici venivano ricavati, appunto, dal Mondo Antico: si osservino la Venere di Botticelli, le donne di Tiziano o i famosi nudi “sovrabbondanti” di Rubens, che appaiono nelle tele con le curve come segno di vitalità, di salute stabile e come oggetto di desiderio, per una popolazione che voleva procreare e svilupparsi.
Un artista che ha saputo raccogliere e reinterpretare questo filo conduttore culturale è stato Fernando Botero, pittore e scultore colombiano del Novecento, celebre per le sue figure voluminose, tondeggianti, sproporzionate rispetto ai modelli realistici. Gli esseri umani nelle sue tele (ma anche i cavalli ed altri animali) sono grassi, ma non tozzi: sono potenti, presenti, quasi solenni. Le sue donne, lontane dagli standard magrissimi della moda contemporanea, sono ispirate a un’estetica antica in cui la rotondità era spesso sinonimo di fertilità, prosperità e bellezza e che, nel tempo moderno, Botero voleva risultasse anticonvenzionale e rivoluzionaria.
Tutto ebbe inizio nel 1956, quando l’artista aveva solo ventiquattro anni. In principio, però, non applicò la sua caratteristica “dilatazione” a una figura umana o ad un essere vivente, ma a un oggetto: un mandolino. Stava dipingendo uno studio per una natura morta, che poi sarebbe diventata famosa come Natura morta con mandolino. In questo dipinto, il foro di risonanza dello strumento era rappresentato in proporzioni decisamente più piccole del normale, rendendo lo strumento musicale molto più tozzo e allargato rispetto a uno dipinto con le proporzioni corrette. L’artista rimase colpito e profondamente attratto da questa forma dilatata oltre il naturale, poiché evocava in lui una sensualità intensa. Dopo aver “dilatato” il mandolino, infatti, trovò il suo stile e cominciò a dilatare le forme di altri oggetti, animali e persone, dando a tutti quel caratteristico aspetto “grasso”, che con il tempo diventò stabile in ogni suo lavoro.
Come ha avuto modo di affermare, l’artista collega le forme dei suoi soggetti al piacere e all’esaltazione della vita, in quanto l’abbondanza trasmette positività, vitalità, energia e desiderio. Questi concetti s’intrecciano con la sensualità, ma intesa non tanto in un senso erotico (o non solamente), ma come espressione di piacere. Questa visione affonda le radici in una concezione ancestrale, presente nel bagaglio culturale delle società primitive, comprese quelle dell’America Latina, dove bellezza e abbondanza erano concetti indissolubili (ancora oggi, per molti sudamericani, una donna è bella grazie alle sue forme generose).
Botero non ha mai cercato di rappresentare la realtà in modo fedele; piuttosto, ha sempre voluto, attraverso l’esagerazione delle forme, scoprire una nuova verità. Infatti affermava: “La mia arte non è una critica, ma una celebrazione. Le forme grandi sono piene di vita, gioia ed energia.” Le sue donne, spesso ispirate a immagini religiose, mitologiche o quotidiane, sono fiere del loro corpo. Non si nascondono, non sono giudicate o non si curano di esserlo: esistono ed occupano spazio, letteralmente. In una società dove la bellezza è spesso sinonimo di “controllo” un po’ maniacale, l’arte di Botero sfida le convenzioni e ci invita a riconsiderare il significato del corpo. Ci ricorda che la bellezza è un concetto in continua evoluzione, che si trasforma a seguito della cultura, del tempo e della società.
Oggi, la moda ha la possibilità di scegliere se riflettere solo un ideale ristretto, oppure aprirsi a una rappresentazione più autentica e inclusiva del corpo umano.
Osservando le ultime sfilate delle Fashion Week, notiamo che qualcosa sta cambiando, anche se lentamente. Tra decine di modelle magrissime e quasi identiche, iniziano a farsi strada anche corpi diversi: modelle dalle curve più abbondanti (come nella Hollywood di Marilyn Monroe), di colore, transgender, con disabilità o con caratteristiche fisiche “non convenzionali”. Alcuni marchi stanno abbracciando una rappresentazione più inclusiva nelle loro collezioni: pensiamo a stilisti come Stella McCartney e Jacquemus.
Tuttavia, queste aperture sembrano delle eccezioni, piuttosto che la regola. C’è anche il rischio che l’inclusività venga solo “messa in scena” per seguire una moda, senza portare a un vero cambiamento culturale profondo. Le taglie più ampie sono ancora difficili da trovare nei negozi e le modelle plus-size vengono spesso utilizzate solo come simboli, piuttosto che come parte integrante dell’immaginario estetico dominante.
La moda ha un’enorme responsabilità su come influenza la percezione del corpo, soprattutto tra i più giovani, perché riviste, social-network e pubblicità diffondono messaggi che possono generare disagio, frustrazione e insicurezza in chi non si riconosce in quei modelli.
Guardando le opere di Fernando Botero, ci si rende conto di quanto un corpo, anche se distante dagli ideali imposti dalla moda, possa essere potente, espressivo e profondamente bello. Le sue figure, con le loro forme abbondanti e volutamente esagerate, non chiedono il permesso di essere rappresentate. Esistono e basta. In quella semplice presenza affermano una verità fondamentale: il corpo non ha bisogno di adattarsi a nessuno standard per essere degno di valore.
È questa la lezione che, forse, anche la moda dovrebbe imparare. In un mondo dove l’industria impone taglie, filtri, una supposta perfezione digitale, la scelta di celebrare corpi reali, diversi, veri, potrebbe essere un atto rivoluzionario. Perché il corpo umano non è una collezione di difetti da nascondere, ma una realtà complessa da accettare, un’eredità genetica unica che non si ripresenterà due volte identica nella Storia.
Forse è arrivato il momento di cambiare sguardo. Di passare dal corpo come oggetto da modificare, al corpo come soggetto da onorare e da osservare meglio. Di fare spazio, anche sulle passerelle, a tutte quelle fisicità che esistono fuori dai riflettori, ma che sono reali, vive e meritevoli di attenzione, in quanto, come ci insegna Botero, la bellezza è più di una taglia o di una imperfezione.
Giulia Cristina 3C


















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