Il termine “innatismo” si riferisce alla teoria della conoscenza, o teoria gnoseologica, secondo cui gli individui sono dotati fin dalla nascita di conoscenze, nozioni e concetti, preesistenti rispetto ad ogni esperienza, oltre che la presenza nella mente di un metodo con regole di funzionamento già definite. E’ un concetto molto studiato e su cui filosofi, psicologi e scienziati si sono posti molte domande.

Platone viene considerato uno dei primi ad occuparsene, grazie alla sua teoria delle idee e dell’innatismo. Il rapporto tra idee e cose è quello di mimesi  (dal gr. μίμησις < μιμέομαι «imitare»), secondo cui la cosa è copia dell’idea. Se ne deduce che l’idea “viene prima” della cosa. Tramite la teoria dell’anima e dell’apprendimento, inoltre, si comprende meglio l’intendimento platonico del termine innatismo, perché l’anima, essendo immortale e avendo vissuto ipoteticamente moltissime vite, ha visto e conosce tutto in maniera innata. Quando rinasce nella vita terrena, però, spetta alla persona ricordare queste idee innate contenute nell’anima (processo di reminiscenza). L’atto di conoscere, quindi, deriva da concetti che sono nella mente a priori, che non riguardano l’esperienza.

Altri filosofi, come John Locke, medico e pensatore britannico del XVII secolo, si sono opposti all’idea dell’innatismo. Come scrive nel suo “Saggio sull’intelletto umano” (An Essay Concerning Human Understanding, 1690), Locke sostiene che, alla nascita, la mente è priva di idee innate e va paragonata ad una “tabula rasa” (riferito alle antiche tavolette incerate che servivano a greci e latini per imparare a scrivere, incidendo le lettere e poi cancellandole a piacimento).

“La mente è, per così dire, un foglio bianco, privo di ogni carattere, senza alcuna idea.”

Questa frase riassume efficacemente il fulcro della sua teoria: nessuna conoscenza è innata, poiché tutto ci deriva dall’esperienza.

Ci sono, infine, filosofi propensi ad una via di mezzo tra i due ragionamenti, come René Descartes, il quale affermò che
“il pensare è pensiero, e la sostanza è la natura pensante.”
Vi sarebbero, dunque, pensieri che sono prodotti dall’attività immaginativa e che provengono dall’esterno, ma ci sono anche idee non formate dall’individuo, proprie della sostanza pensante, che possiede pertanto delle idee innate. Questo equilibrio rispecchia maggiormente le scoperte della psicologia moderna.
Uno degli episodi più inquietanti legati al tema dell’innatismo risale al Medioevo (si narra fosse un aneddoto, ma è stato davvero messo in atto nella prima metà del ‘900 in ambiente germanico e anglosassone), quando l’imperatore Federico II avrebbe condotto un esperimento crudele per scoprire quale fosse la lingua originaria dell’Uomo. Secondo le cronache, ordinò che alcuni neonati venissero cresciuti in totale isolamento linguistico e affettivo: i custodi potevano accudirli solo nei bisogni primari, senza parlare, né toccarli più del necessario. L’idea era che, privati di ogni influenza esterna, i bambini avrebbero iniziato spontaneamente a parlare una lingua “innata”, forse il latino, il greco o l’aramaico.
L’esperimento, però, si concluse tragicamente, dato che i bambini, privati di interazione e affetto, non svilupparono alcuna lingua e morirono prematuramente.

Gli esperimenti storici più crudeli, come quello attribuito a Federico II,  insegnano una lezione tragica ma fondamentale: l’essere umano, senza stimoli, relazioni e contatto, non solo non sviluppa il linguaggio o il pensiero, ma rischia di spegnersi del tutto. Forse è vero che alcune idee vivono già dentro di noi, ma senza l’esperienza sensoriale, da sé, restano mute, irraggiungibili, sepolte. La mente può anche avere radici innate, ma ha bisogno della realtà per fiorire.
Allora resta aperta una domanda più attuale che mai: può davvero esistere un pensiero senza realtà, tangibile dai sensi?

Giulia Ghiglioni 3C

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