Il gioco d’azzardo patologico, scientificamente noto come ludopatia (dal greco λύδω sono libero-gioco + πάθος emozione-sentimento), è una delle dipendenze più insidiose della società contemporanea, con un impatto devastante sulla vita delle persone che ne soffrono, poiché non si limita alla sola sfera del “gioco”, ma si estende ad influenzare molti aspetti famigliari e lavorativi.

   Se per lungo tempo il gioco d’azzardo è stato considerato una semplice forma di svago, oggi la sua pericolosità è riconosciuta su larga scala. Non solo il Ministero della Sanità l’ha inserito nei livelli essenziali di assistenza sanitaria (i cosiddetti LEA), ma in uno degli articoli del testo, la ludopatia è indicata come una «patologia che caratterizza i soggetti affetti da sindrome da gioco con vincita in denaro», così come è definita anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, riconoscendo, dunque, il gioco d’azzardo come una malattia e ai pazienti che ne sono affetti il diritto ad un’assistenza sanitaria adeguata. Inoltre, nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, DSM-5 (2013), si fa riferimento alla ludopatia come Disturbo da Gioco d’Azzardo, ovvero un atteggiamento disfunzionale reiterato e cronico connesso alle dinamiche del gioco e dell’azzardo, il quale si traduce in una condizione di sofferenza psicologica e deterioramento funzionale di rilevanza clinica.

   Uno dei contesti in cui la ludopatia si manifesta con maggiore intensità è l’universo calcistico, un ambiente intrinsecamente permeabile a logiche speculative e suggestioni competitive che, agendo su calciatori, tifosi e persino fasce più giovani di appassionati, li espone a dinamiche che favoriscono l’insorgenza di questa dipendenza. Il calcio, infatti, è lo sport più seguito e “sentito” al mondo, con un’influenza culturale e mediatica estrema. Una tale popolarità l’ha reso permeabile alla diffusione del gioco d’azzardo, attraverso sponsorizzazioni di aziende di scommesse, pubblicità martellanti durante le partite e banner promozionali negli stadi. Il betting on-line ha facilitato le scommesse, oramai estremamente accessibili a chiunque, compresi i giovani tifosi, che risultano quindi esposti al rischio di sviluppare una dipendenza fin dalla prima adolescenza, perché possono giocare su un’ampia gamma di eventi, dai risultati delle partite, alle performance individuali dei calciatori.

   Questo fenomeno ha contribuito a radicare una cultura del gioco d’azzardo, in cui scommettere viene percepito come parte integrante dell’esperienza calcistica. La normalizzazione delle scommesse, favorita dalla costante esposizione mediatica, ha portato a un incremento preoccupante del numero di persone che sviluppano dipendenza. Anche in Paesi come l’Italia, dove le sponsorizzazioni di aziende di scommesse sono vietate, la ludopatia tra i calciatori professionisti è un problema diffuso, sintomo di un disagio più profondo legato non solo alla pubblicità, ma anche ai fattori psicologici tipici della carriera sportiva e alla “cultura dello spogliatoio”, la quale, se da un lato è un microcosmo in cui si consolidano gerarchie e positivi atteggiamenti condivisi tra atleti, rafforzando lo spirito di squadra, dall’altro, soprattutto se ridotta al minimo per differenze linguistiche e culturali tra i compagni di squadra, può alimentare comportamenti problematici: conformismo forzato, esclusione dei “diversi”, ludopatia e, quindi, normalizzazione di pratiche dannose.

   In Italia, un rapporto dell’Osservatorio OISED ha evidenziato che nel 2021 circa il 6% delle persone in cura per dipendenze era affetto da gioco d’azzardo patologico, corrispondente a circa 15.000 individui. Stimato il numero totale di giocatori nel Paese intorno a 18.5 milioni, la percentuale di coloro che ricevono trattamento per ludopatia è dello 0,08%. Tuttavia, è importante notare che questa cifra potrebbe non riflettere l’intera portata del fenomeno, poiché molti casi rimangono non trattati. Risulta perciò evidente che i calciatori professionisti sono particolarmente esposti al rischio di sviluppare la patologia. Sempre secondo recenti studi, condotti da istituzioni prestigiose come il Karolinska Institutet di Stoccolma, l’Università di Oxford e l’Imperial College di Londra, circa il 13% dei calciatori professionisti è affetto da questa dipendenza (percentuale nettamente superiore alla media europea generale, tra lo 0,5% e lo 0,8%).

   Questo dato allarmante emerge come il risultato di un intreccio complesso di fattori psicologici, sociali ed emotivi: la pressione costante derivante dalla carriera ad altissimi livelli, la solitudine accentuata dalla separazione dalla famiglia, un eccesso di tempo libero o di “tempi morti” tra un’attività e l’altra, la necessità di fronteggiare lo stress generato dalla competizione e le aspettative incessanti di media e pubblico. In questo contesto, il gioco d’azzardo si configura come una via di fuga dalle difficoltà quotidiane, un meccanismo per cercare di replicare l’adrenalina e la scarica emotiva delle partite, anche nei momenti di apparente tranquillità, che invece andrebbero “riempiti” con lo sviluppo di interessi più pienamente culturali. Inoltre, l’ambiente sociale all’interno della squadra, una vera e propria “subcultura del rischio”, ha un ruolo fondamentale: attività come il poker, le scommesse sulle corse di cavalli e altre pratiche ludiche rischiose vengono talvolta accettate come forme di svago legittime e parte integrante della coesione tra i membri del gruppo, alimentando un’abitudine che, seppur inizialmente sporadica, può rapidamente evolvere in una vera e propria dipendenza.

   Le conseguenze della ludopatia per i calciatori sono devastanti: calo delle prestazioni sportive, problemi economici, isolamento sociale, ansia, depressione e, nei casi più gravi, coinvolgimento in scandali che possono mettere fine alla loro carriera. Quando un atleta viene scoperto a scommettere illegalmente, rischia la sospensione dalle competizioni, la perdita di sponsorizzazioni e il danno irreparabile alla propria immagine pubblica.

   Oltre ai calciatori, anche i tifosi e le giovani generazioni sono vittime dell’influenza del gioco d’azzardo nel calcio. Il fenomeno della ludopatia si amplifica quando i giovani vedono i loro idoli coinvolti in scommesse, o quando il calcio è permeato da messaggi pubblicitari che promuovono il betting. Ne consegue la diffusione di una mentalità in cui il gioco d’azzardo è considerato un passatempo normale e socialmente accettato, senza una reale consapevolezza delle sue conseguenze; per questi motivi, di ordine sociale, ma di natura prettamente umana e pulsionale, urgono chiari provvedimenti che affrontino la questione.

   La risoluzione del problema del gioco d’azzardo nel calcio richiede un impegno integrato e multidimensionale da parte di tutte le parti coinvolte: club calcistici, federazioni sportive, istituzioni politiche, e media. Il contesto altamente visibile e mediatico in cui si sviluppa la carriera di un calciatore, combinato con la pressione psicologica e sociale circostante, rende questa dipendenza particolarmente insidiosa. Per mitigare gli effetti del disturbo, è fondamentale intraprendere azioni preventive e correttive su più fronti, con l’obiettivo di proteggere non solo i calciatori, ma anche i tifosi, soprattutto quelli più giovani, che rischiano di emulare comportamenti dannosi.

Diverse misure si rivelano essenziali in questo processo.

   In primo luogo, l’educazione e la sensibilizzazione rappresentano il più cruciale intervento. Sin dalle prime fasi della loro carriera, i calciatori devono essere adeguatamente formati riguardo ai rischi del gioco d’azzardo. Secondo uno studio condotto nel 2022 dall’Oxford Gambling Research Group, l’educazione precoce sui pericoli della ludopatia può ridurre significativamente il rischio di sviluppare dipendenze legate al gioco. Non solo gli atleti, dunque, ma anche i tifosi, devono essere resi consapevoli degli effetti dannosi e devastanti di questa dipendenza, tramite programmi di sensibilizzazione mirati. L’approccio educativo deve riguardare anche le dinamiche sociali in cui questi comportamenti sono spesso minimizzati e deve stimolare una riflessione critica sul ruolo che il gioco d’azzardo ha assunto all’interno della cultura calcistica. Un altro intervento fondamentale consiste nella limitazione della pubblicità delle scommesse e della promozione del gioco d’azzardo, un tema che ha sollevato preoccupazioni in numerosi Paesi. L’industria del gioco d’azzardo è, infatti, molto presente nel mondo del calcio, con sponsorizzazioni visibili su maglie, stadi e trasmissioni televisive. Nel 2021, studi della National Gambling Commission hanno dimostrato che la normalizzazione di questo fenomeno, specialmente tra i giovani, aumenta significativamente la probabilità di sviluppare una dipendenza; pertanto, è necessario che le federazioni calcistiche e le istituzioni politiche adottino misure legislative più severe per regolamentare la pubblicità delle scommesse, impedendo in particolare che i minorenni siano esposti a messaggi che favoriscono la scommessa come un’attività socialmente accettata e priva di rischi.

   Il supporto psicologico rappresenta un terzo pilastro nella prevenzione e nella cura della ludopatia. I club dovrebbero implementare programmi di assistenza psicologica a supporto dei propri atleti, per monitorare e intervenire tempestivamente nei casi di dipendenza. È stato dimostrato che l’introduzione di professionisti psicologici negli ambienti sportivi può ridurre significativamente i comportamenti a rischio, migliorando anche le performance sportive e il benessere psicologico generale (American Psychological Association, 2020). Un approccio integrato che combini il trattamento della dipendenza con il miglioramento delle condizioni psicologiche generali dei calciatori risulta essenziale.

   Altrettanto lo sarebbe ridurre la cosiddetta “subcultura del gioco d’azzardo”, producendo un cambiamento culturale che investa allenatori, dirigenti e membri dello staff tecnico, affinché si promuovano alternative più sane e produttive per gestire lo stress e il tempo libero, come attività ricreative, supporto psicologico, programmi di benessere complessivo della persona, letture, ascolti di musica adeguata e consimili. Secondo lo studio condotto nel 2019 dal Karolinska Institutet, l’intervento tempestivo in questi ambiti può ridurre notevolmente i casi di ludopatia, migliorando il clima psicologico all’interno delle squadre.

   Infine, per i calciatori che già ne siano affetti, è cruciale l’attivazione di percorsi terapeutici specifici, come la terapia cognitivo-comportamentale, che ha dimostrato una particolare efficacia nella gestione delle dipendenze da gioco d’azzardo. La letteratura scientifica, infatti, evidenzia come questo approccio terapeutico non solo aiuti i pazienti a riconoscere e modificare i comportamenti disfunzionali, ma favorisca anche un recupero graduale delle risorse psicologiche e relazionali compromesse dalla dipendenza (Journal of Gambling Studies, 2021). È quindi essenziale che i club calcistici, in collaborazione con le istituzioni sanitarie, offrano percorsi di recupero mirati, garantendo una seconda possibilità ai giocatori che si trovano intrappolati in questa pericolosa spirale.

   Per combattere la ludopatia nel calcio, è fondamentale un impegno coordinato che coinvolga tutti i settori legati al mondo calcistico, dalle federazioni ai club, passando per i media e le istituzioni. Solo attraverso interventi mirati – dall’educazione alla regolamentazione della pubblicità, dal supporto psicologico alla promozione di un ambiente sano – si potrà proteggere la salute dei calciatori e dei tifosi, prevenendo la diffusione di questa pericolosa dipendenza. Il calcio, come sport di riferimento, ha la responsabilità di contrastare la normalizzazione del gioco d’azzardo, offrendo supporto a chi ne è vittima e tutelando l’integrità e l’immagine dello sport come ambiente sano.

Fabio Pasquale 5A

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