Nel Canto 27 dell’Inferno, Dante ci conduce nella bolgia dei ladroni, nell’Ottavo Cerchio, dove il furto viene punito con una trasformazione perpetua del corpo. Il castigo non è più solo una pena materiale, ma l’esteriorizzazione del disordine interiore e della corruzione morale. La metamorfosi continua, che annulla ogni stabilità fisica, diventa il simbolo del tradimento compiuto in vita e della conseguente perdita dell’identità.

Il racconto inizia con l’apparizione di una fiamma che emette un suono confuso, simile ad un muggito, che richiama alla mente il bue di metallo costruito dal tiranno Falaride per torturare i suoi nemici. In quel preciso istante emerge la voce di Guido, che  con tono deciso e quasi provocatorio esclama:

“…perch’io sia giunto forse alquanto tardo,

non t’incresca restare a parlar meco;

vedi che non incresce a me, e ardo!”

Questi versi pienamente drammatizzati introducono un personaggio che non teme di esprimere il proprio desiderio di comunicare, invitando chi ascolta a non indugiare e a lasciarsi coinvolgere dalla sua confessione:

“…Ora chi se’, ti priego che ne conte;

non esser duro più ch’altri sia stato,

se ’l nome tuo nel mondo tegna fronte.”

Con queste parole, Dante gli domanda il nome e, dunque, la sua storia, perché non vuole che si nasconda dietro la sua condanna. Ma il racconto di Guido non si limita ad un saluto appassionato: si apre invece su questioni personali per parlare della complessa situazione politica della Romagna, la sua terra d’origine. Infatti, essendo nato tra Urbino e la montagna da cui sgorga il Tevere, chiede notizie sulla situazione politica della sua regione.

Dante, chinato sul ponte che sovrasta la bolgia, racconta che la Romagna non è mai stata priva di conflitti. Il territorio è segnato da lotte continue. Ravenna, governata dai Da Polenta, rimane intrappolata in una lunga fase di dominio; Forlì, dopo aver combattuto contro i Francesi, che era sotto il comando degli Ordelaffi; Rimini, contesa e violentemente strappata alla guida di Montagna dei Parcitati, è divenuta preda dei Malatesta; Faenza ed Imola oscillano sotto il controllo di Maghinardo Pagani; mentre Cesena, bagnata dal Savio, vacilla tra la libertà e la tirannide. Questi dettagli non servono soltanto per segnalare la discordia delle varie città, ma dipingono un quadro araldico complesso, che ai nobili del Trecento appariva chiaro di riferimenti simbolici, mentre ai lettori repubblicani odierni sembra, invece, quasi decorativo.

Successivamente, comincia il racconto della vita di Guido da Montefeltro, un tempo uomo d’armi e stratega, abile nell’arte del raggiro politico e capace di muoversi con astuzia tra le alleanze e i tradimenti. Nella giovinezza, la sua fama si diffuse in tutta la penisola; tuttavia, il peso degli anni e la consapevolezza dei propri peccati lo spinsero a cercare la redenzione, portandolo a farsi francescano nella speranza di una redenzione. Questa, però, venne infranta poiché il solito papa Bonifacio VIII lo convocò per strappargli un consiglio politico. In un clima di guerra contro i Colonna, nemici cristiani in una disputa interna al mondo cattolico, il papa, paragonabile a come Costantino fece chiamare Silvestro per guarire la lebbra, promise un’assoluzione anticipata in cambio dell’aiuto di Guido, il quale cedette alla pressione politica fornendo il seguente consiglio: promettere il perdono ai nemici, pur sapendo benissimo che tale promessa non sarebbe stata mantenuta. Dato che, però, questo gesto era intriso di tradimento, alla morte di Guido, mentre San Francesco veniva a reclamarne l’anima, un demone gli si oppose, sottolineando che “non si può assolvere chi non si pente”, poiché il pentimento e il desiderio di continuare a peccare sono una contraddizione in termini. Il ricordo di quel contrasto infernale viene espresso con dolore e rassegnazione da Guido, che esclama:

“…Oh me dolente! come mi riscossi

quando mi prese dicendomi: ‘Forse

tu non pensavi ch’io loico fossi!’”

Questi versi si collegano alla tradizione filosofica aristotelico-tomistica in modo quasi beffardo, dato che è sempre stata nota l’abilità dei malvagi (e quindi anche dei diavoli) di ingannare l’uomo con la logica ed una sorta di intelligenza usata al contrario.

Al termine del suo racconto, il dannato si allontana agitando la punta della sua fiamma e lasciando Dante e Virgilio a proseguire il cammino attraverso il ponte che conduce alla bolgia successiva.

Beatrice Borroni 3C

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