Il canto XXVI si svolge nell’Ottava Bolgia dell’Ottavo Cerchio, dove si trovano i consiglieri di frode, le cui anime sono avvolte da una fiamma perpetua. Ognuna di queste fiamme racchiude in sé e nasconde alla vista un peccatore.
Incuriosito da una fiamma che, a differenza delle adiacenti, ha due punte, Dante chiede spiegazioni a Virgilio, il quale gli spiega che in essa sono racchiuse insieme le anime di Ulisse e Diomede e che tale fiamma rappresenta la loro pena per l’inganno e la frode, ma anche la dualità della loro condanna. Sono entrambi compagni di audaci imprese, ma anche autori di terribili inganni, come quello del cavallo di legno, che provocò la distruzione di Troia.
Essendo desideroso di parlare con i due antichi eroi, Dante prega per cinque volte Virgilio, che lo invita a tacere e a lasciare che sia lui a rivolgersi a loro, dato che ha narrato di Ulisse e Diomede nel II libro dell’Eneide e ha, dunque, acquisito meriti presso di loro. Quando Virgilio si pone da interprete, la fiamma più grande si muove e dalla sommità del fuoco cominciano a uscire delle parole.
Ulisse racconta di una sua impresa finale, quella che lo ha portato alla morte. Tornato a Itaca, decise di intraprendere un viaggio oltre le Colonne d’Ercole (i confini conosciuti del mondo antico) con il suo equipaggio, alla ricerca di conoscenza e della “vera” verità, spinto da un’incontrollabile brama di sapere. Dopo circa cinque mesi, giunsero in vista di una lontana montagna di cui non distinguevano con precisione i contorni, che poi si rivelerà quella del Purgatorio. Mentre si rallegravano di essere giunti in prossimità della terraferma, un’improvvisa tempesta risucchiò l’imbarcazione con il suo equipaggio in un profondissimo vortice che, dopo averli inghiottiti, si richiuse su di loro. Questa impresa, dunque, si rivela fatale, in quanto la nave affonda e tutti periscono.
Se il tema del viaggio è la cornice narrativa dell’intera Commedia, si noterà meglio la mise en abîme, il viaggio dentro il viaggio, che è appunto quello di Ulisse. E’ lo “specchio” di quello di Dante, perché l’eroe greco ci viene narrato in un’avventura che non è tra quelle tramandate dall’Odissea, ma appartiene ad una tradizione secondaria di un viaggio ulteriore che avrebbe coinvolto gli antichi compagni (vecchi e tardi, ma ancora misteriosamente vivi) in una nuova avventura oltre le colonne d’Ercole, quindi nell’Oceano Atlantico.
La fantasia inserisce e sovrappone la figura di Ulisse su quella di Dante poiché quest’ultimo viaggio odissiaco, in cui l’eroe incontra il suo destino mortale, è indirizzato verso la montagna del Purgatorio, un luogo mistico che il lettore della Commedia sa di dover incontrare tra non molto, dopo gli ultimi canti dell’Inferno. Presto, quel moto che va verso il basso, tipico dell’Inferno, si capovolgerà in un moto ascensionale, quello sulle balze del Purgatorio. In questo caso, Virgilio è una guida ancora più opportuna e salda che nel resto della narrazione infernale, poiché è anche interprete, in quanto Dante non conosce di prima mano i personaggi dell’antica Grecia.
Il canto 26 condivide una profonda riflessione sulla figura dell’eroe e sul desiderio di conoscenza con una delle poesie di Umberto Saba intitolate Ulisse, nonostante i molti secoli che li distanziano. Entrambi i testi esplorano la complessità dell’animo umano attraverso il mito di Ulisse, ma da prospettive diverse, a seconda del contesto storico e culturale in cui sono stati scritti.
Dato che nel Canto 26 dell’Inferno, Dante incontra Ulisse tra le fiamme dei consiglieri fraudolenti, il personaggio dantesco è tormentato dal rimorso per la sua smania di conoscenza, un viaggio senza fine che lo ha portato alla rovina. Il suo desiderio di esplorare oltre i confini umani lo ha spinto a infrangere le leggi divine, cercando la conoscenza proibita che, secondo Dante, è una perversione dell’ordine naturale. La sua impresa epica diventa una tragica lezione sul pericolo dell’ambizione sfrenata e sull’inevitabilità della punizione divina per chi oltrepassa i limiti imposti da Dio, o i limiti umani in generale.
D’altra parte, nella poesia Ulisse di Umberto Saba, l’eroe viene reinterpretato attraverso una lente più intima e psicologica. Scrivendo nel contesto tormentato del Novecento, il poeta triestino si concentra sulla solitudine e sul senso di un continuo sforzo senza fine, rappresentando Ulisse non più solo come l’eroe della tradizione, ma come un uomo moderno, che cerca costantemente una risposta alle proprie inquietudini esistenziali, un uomo che “non si è mai fermato”, sempre in movimento e alla ricerca di sé e del senso della vita. L’approccio di Saba è più empatico e comprensivo: l’eroe non è punito per la sua ambizione, ma descritto come un uomo che, nonostante le difficoltà, continua a lottare per un ideale di libertà e verità, persino a costo di perdersi tra gli scogli affioranti dell’acqua esistenziale.
Il legame tra i due testi emerge nel modo in cui entrambe le opere trattano il conflitto tra il desiderio di conoscenza e le sue conseguenze. Dante dipinge Ulisse come una figura tragica, simbolo di una ὕβρις (hübris) che lo porta alla distruzione. Saba, invece, fa di Ulisse un simbolo della condizione umana, una continua ricerca di significato che, pur ardua e solitaria, è anche una parte essenziale dell’esistenza. In entrambi i casi, l’eroe è segnato dalla sua incessante sete di sapere, ma mentre Dante lo condanna, Saba lo esalta come esempio di tenacia e coraggio di fronte all’ignoto.
In questo modo, il confronto tra il Canto 26 di Dante e la poesia di Saba non solo mette in luce diverse visioni del mito, ma anche una riflessione più ampia sulla natura dell’uomo, diviso tra il desiderio di comprendere e le limitazioni imposte dal suo essere mortale. Il cammino di Ulisse, sia attraverso la condanna di Dante, sia attraverso la compassione di Saba, ci parla di una ricerca che è, al contempo, il nostro destino e la nostra condanna.
Giulia Cristina 3C


















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