Contro il positivismo, che si ferma ai fenomeni: «ci sono soltanto fatti», direi no, proprio i fatti non ci sono, bensì solo interpretazioni. Noi non possiamo constatare nessun fatto «in sé». […] Prospettivismo.

∼ Nietzsche, Frammenti postumi.

 

La diàtriba sulla Verità ha una storia lunga più di due millenni. Sin dai tempi della Sofistica, nell’Atene del V secolo a.C., si discuteva se esistessero più verità o se ve ne sia una assoluta.

Essendo “l’uomo misura di tutte le cose”, in Protagora, la ricerca della Verità cadeva inevitabilmente nel vuoto, giacché la sua prospettiva era senza dubbio relativista, considerando dunque l’uomo (o il popolo, a seconda che ci si riferisca al relativismo individuale o quello culturale) padrone della sua verità, assolutamente non universale, non necessaria e con lo stesso valore delle “verità” altrui. Come ha ben insegnato Gorgia, noto maestro di retorica, sarebbe anche un bene tenere in conto che, se la verità in senso protagoreo ha teoricamente la stessa valenza indipendentemente da chi la pronuncia, sul piano pratico, invece, la verità predominante spesso risulta quella di chi meglio sa raccontarla, o quella che più allieta o illude chi la ascolta.

Sebbene, possa sembrare una disputa banale tra retori dell’antica Grecia, in realtà è un problema attualissimo. Se ne discute molto e ne è sorto un intero “settore” filosofico sulla comunicazione, florido oggi come non mai, se non altro, per l’emorragica quantità di informazioni a cui si è quotidianamente esposti.

Ne ha parlato, tra i molti, Umberto Eco, il quale non solo ha ricordato al mondo quanto la filosofia sia fondamentale per la comprensione della realtà in cui viviamo, ma, da fine semiotico ed esperto studioso dei mass-media, ha fatto notare come, se in precedenza gli “imbecilli” (usò proprio questo temine) si esprimevano solo nei bar e spesso erano messi a tacere, ora hanno loro dedicato un intero palcoscenico, il mondo dei social.

Non s’intende aprire una discussione sulla relativa validità di questi strumenti di comunicazione; tuttavia è indubbio che, già solo in quanto fenomeno della contemporaneità, siano fondamentali, non tanto nel loro utilizzo, quanto nel loro studio (sociologico, antropologico e, chiaramente, filosofico) per la comprensione di una società che sempre più li sfrutta e ne dipende. Dunque, i social pongono diversi problemi, tra i quali, come ha spiegato lo stesso Eco, l’assenza dei “gate keepers”, che si traduce nell’impossibilità da parte degli utenti di avere un “filtro” (una fonte autorevole, che sia una testata giornalistica, o un esperto e accreditato studioso di un dato argomento) che attesti l’assoluta veridicità di ogni informazione cui l’utente stesso è esposto, secondo dopo secondo, post dopo post.

Sempre assumendo a priori – quale “assioma” fondante della comunicazione tra pari – l’identità di dignità tra il proprio punto di vista e quello altrui, la possibilità di esprimere la propria opinione – la fallace xa, direbbe Platone – su qualunque argomento e in qualunque momento ha senz’altro favorito la diffusione delle cosiddette fake news, certamente agevolata anche dal fatto che una popolazione non educata al riconoscimento delle fallacie logiche di cui sono vittime i ragionamenti umani (come testimoniano gli studi di logica e di psicologia cognitiva) non è capace di difendersi dalle falsità pubblicizzate dai social. Inoltre, culturalmente, questo modo di concepire l’ampliamento del proprio patrimonio conoscitivo ha abituato l’umanità all’assenza del confronto, che invece in Grecia avveniva nell’agorà ogni giorno. Lo si nota sia in ambito politico, dove il dibattito è ridotto a mero dileggio dell’avversario e il profilo social è fonte quasi biblica di una certa “verità di Partito” che i fedelissimi elettori sono tenuti ad osservare, sia nella vita quotidiana. Manca, cioé, la ricerca fine ed umile della Verità, l’arte difficilissima di cui Socrate ci è maestro: il dialogo.

L’arte socratica, benché modello etico prima ancora che teoretico a cui oggi occorrerebbe tendere, è pur sempre tappa di una Verità provvisoria, poiché nella ricerca della Verità è necessario un superamento del relativismo protagoreo. Tale soluzione, tuttavia, non può risiedere nella benevolenza del Dio Creatore che non vuole ingannare i suoi figli, come semplicisticamente succedeva nella filosofia Scolastica medievale o nella soluzione cartesiana al problema del dubbio iperbolico, né tantomeno, come Kant e Gaunilone hanno dimostrato, vi si può fare affidamento in seguito alla cosiddetta “Prova ontologica”, dato che, basandosi unicamente sul concetto di Dio quale essere perfettissimo (“di cui nulla può essere pensato di maggiore”, direbbe Sant’Anselmo), pretenderebbe di dimostrare qualcosa che si è già implicitamente assunto a priori.

Dunque, l’unica – seppur provvisoria – soluzione al problema teoretico sembra consistere nella gnoseologia kantiana, che verte su due principali questioni: la “rivoluzione copernicana” in ambito gnoseologico e la funzione regolativa delle idee, parto della Ragione. Se in precedenza, infatti, il soggetto conoscente era considerato completamente passivo nei confronti dell’oggetto conosciuto – del quale la mente conoscente ricreava una verosimile corrispondenza, un’immagine somigliante – ora al soggetto conoscente è attribuito un ruolo attivo: partecipa alla conoscenza dell’oggetto (dato empirico, fonte di una conoscenza feconda) anteponendo ad esso le categorie dell’intelletto (schemi trascendentali a priori, uguali in tutti gli uomini, nonché fonte di una conoscenza universale e necessaria), così da costituire una conoscenza scientifica.

Forse la svolta più importante o il lascito più grande di cui Kant fa dono all’umanità è stata la consapevolezza dell’essere umano come finito. Stabilendo, infatti, un netto confine tra la realtà fenomenica (percepita tramite le categorie) e quella noumenica (la cosa “in sé”, come scrive anche Nietzsche nei Frammenti postumi), da buon illuminista, il filosofo vuole chiarire i limiti invalicabili della ragione umana, oltre i quali è impossibile spingersi. Motivo per cui, su Dio, anima e mondo (le idee partorite dalla ragione, quando la mente non fa più affidamento sulle sole solide categorie dell’intelletto), per Kant l’uomo non può sapere nulla. Esse hanno solo una funzione regolativa, cioè oggetto inarrivabile di tensione per la ragione umana (in senso lato).

Inoltre, ricordando che Dio è oggetto della metafisica e che è un’idea regolativa, se si volesse applicare l’idea feuerbacheana di teologia come antropologia inversa e, cioè, se si considerasse l’idea di Dio alienazione dell’uomo che, nel suo senso di impotenza e finitudine, necessita di creare un oggetto altro da venerare e con cui allearsi, non risulta inverosimile che Dio – proprio in questo senso – in quanto Potenza e Verità, non sia solamente l’onnipotente alleato di cui l’uomo sente il bisogno, ma anche la traduzione sul piano immaginifico della volontà di oltrepassare la dicotomia kantiana e il desiderio di “sentire” quanto più vicina la Verità assoluta, esclusa dai confini posti da Kant alla ragione umana.

E’ anche vero che alcuni filosofi – come, ad esempio, Hegel – erano convinti, forti del proprio sistema filosofico onnicomprensivo, di aver raggiunto la Verità e cioè che la propria filosofia coincidesse con l’auto-conoscersi di Dio (Hegel stesso era convinto che con lui fosse finita la filo-sofia e fosse giunta l’era della sofia). Tuttavia, proprio per le ragioni per cui è nata e per il senso stesso che ha assunto nel corso dei secoli, la filosofia non potrà mai giungere a Verità assoluta, proprio perché questo non è il suo scopo. Il fine della vita, come quello della filosofia è la ricerca e l’uomo, in tal senso, sarà sempre un homo viator, in viaggio verso la Verità. Ecco il motivo per cui urge diffidare di chi si prospetta come messianico soccorritore degli utenti dei social-media, fornendo improbabili certezze quando si tratta solo di plateali opinioni non supportate dalle necessarie conoscenze ed esperienze nella materia che starebbe trattando.

Fabio Pasquale 5A

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