Il canto inizia con l’arrivo di Dante e Virgilio nel Sesto Cerchio, dove vengono puniti gli eretici, ovvero colore che, durante la vita, hanno professato dottrine contrarie alla fede cristiana, perché hanno negato o distorto alcuni dei principali dogmi della religione. Perciò sono costretti a giacere in sepolcri ardenti, simbolo per eccellenza della condanna eterna.

Il percorso dei due viandanti viene subito interrotto a causa di una voce rivolta a Dante, quella di Farinata degli Uberti. Inizialmente impaurito, il poeta si dirige verso il dannato, che si erge dalla tomba con fronte e petto alti, come se disprezzasse tutto l’Inferno intorno a sé. E’ stato rappresentato così anche per richiamare alla mente del lettore colto l’immagine di un mezzobusto romano, che ne indicasse immediatamente il valore, o la virtus.

Dato che, una volta vicini, Farinata vuole sapere quali fossero gli antenati danteschi e quale fosse la sua discendenza, scopre che le due famiglie erano aspre nemiche, in quanto quella di Dante era guelfa e quella di Farinata ghibellina. Inizia, così, un leggero scontro tra i due, poiché il dannato fa notare a Dante che i suoi antenati avevano cacciato quelli del poeta da Firenze ed, in risposta, si sente ribattere che, però, gli avi di Dante erano riusciti poi a rientrare in città.

All’improvviso il loro dialogo viene interrotto dall’apparizione di un altro dannato, Cavalcante de’ Cavalcanti, che spunta dal sepolcro solo con la testa, come a palesarne la differenza di lignaggio rispetto al condottiero degli Uberti, ma sempre avvalendosi del paragone iconografico con la statuaria romana antica. A differenza di Farinata, quest’anima è impaurita e ansiosa, come se stesse cercando qualcuno. Infatti, dal momento che gli sembra che Dante sia giunto in visita all’Inferno per i suoi meriti intellettuali, gli domanda piangendo dove si trovi suo figlio Guido, altrettanto meritevole. Il poeta risponde dicendo che non si trova nell’Aldilà solo in virtù dei suoi talenti, ma per compiere un percorso verso Qualcuno, che Guido disprezzò. Sentendo parlare di suo figlio al passato, il povero padre si allarma, chiede se veramente suo figlio fosse già morto e la lunga attesa di una risposta lo fa precipitare frettolosamente nella tomba, dalla quale non uscirà più, sconvolto per sempre a causa del dolore.

A questo punto Farinata, rimasto indifferente, riprende il discorso come nulla fosse, dicendo che, se i suoi parenti non sono riusciti a rientrare a Firenze, questo gli causa un dolore maggiore delle pene dell’Inferno. Prosegue poi con una profezia post eventum, nella quale afferma che anche Dante, entro quattro anni, proverà il dolore dell’esilio. Quindi domanda al poeta perché tutte le leggi di Firenze siano così dure nei confronti dei ghibellini, sentendosi rispondere che la causa andrebbe ricercata nella battaglia di Montaperti, nella quale si è versato troppo sangue guelfo. Farinata controbatte, però, che lui non fu l’unico a partecipare a quello scontro e che, anzi, soltanto lui si oppose alla distruzione di Firenze una volta che vinsero i ghibellini.

Dopodiché Dante gli domanda perché i dannati riescono a prevedere il futuro se non hanno una visione chiara e limpida del presente, ricevendo come risposta che loro sono in grado di anticipare solo eventi futuri molto distanti nel tempo, mentre degli eventi vicini non sono in grado di vedere nulla: si lasciano illudere, cioè, dal futuro anteriore, come da un’ulteriore tortura, ma non potranno mai conoscere il futuro semplice. Questa loro capacità svanirà nel momento in cui arriverà il Giudizio Universale, nel quale tutte le loro scomposte visioni verranno annullate completamente.

Infine il poeta gli dice di riferire a Cavalcante che suo figlio è vivo e che, se ci ha messo tanto a rispondere, è stato perché non capiva il motivo per cui ignorasse il presente. Tuttavia, Cavalcante non replica nulla, a dimostrazione della totale incomunicabilità tra i dannati generata dal peccato, ovvero dall’egoismo che li ha fatti sempre ragionare in terra solo per ottenere dei vantaggi per se stessi.

Subito dopo, Virgilio richiama Dante affinché torni verso di lui e, perciò, il poeta rivolge un’ultima domanda a Farinata, volendo sapere chi fossero i suoi compagni di pena. Gli viene risposto che giace con più di mille anime, troppe per essere nominate una ad una, tra le quali però spiccano quella dell’imperatore Federico II di Svevia e quella del cardinale Ottaviano degli Ubaldini.

Ascoltata la risposta, ma ripensando tristemente alla profezia dell’esilio, il poeta si dirige verso la guida, che lo conforta dicendogli di ricordarsi tutto ciò che gli è stato detto contro di sé poiché, una volta arrivato in Paradiso, Beatrice gli spiegherà più compiutamente come interpretare tali parziali profezie.

Il canto si conclude con i viandanti che, proseguendo verso la parte esterna del Cerchio, si fermano davanti ad una valle, dalla quale si eleva un odore terribilmente sgradevole.

                                                                                                      Alessio Sartori  3C

 

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