«[…] Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò;
maschio e femmina li creò.»
∼ Genesi, 1, 27
Lo studente che si appresti allo studio della religione degli antichi Greci ritroverà, lungo il suo mitico percorso, un’ampia pluralità di storie intricate e una tale quantità di nomi divini, da renderne impossibile la puntuale memorizzazione.
De facto, la mitologia greca – come ben noto a chiunque sia stato narrato anche solo il riassunto dell’Iliade – comprende un pantheon davvero ricco e variegato: dagli Dèi dell’Olimpo alle divinità ctonie, dai Titani agli Dèi minori (tra cui le Cariti, le nove Muse, le tre Parche, e Minosse, Eaco e Radamanti, ossia i tre giudici delle anime), fino ad imbattersi nei molti eroi elevati al grado di “semidio” (il caso più ovvio è quello di Eracle).
In merito alla concezione del divino, è bene tener conto che nella mitologia sono rispecchiate le idee che i Greci ebbero intorno ai fenomeni naturali, alle origini dell’universo ed alle leggi eterne che lo governano, dato che la religione greca fu anzitutto la deificazione antropomorfa della Natura: ad ogni divinità i Greci attribuirono figura viva, esistente in quanto personificazione sovrumana di una forza naturale.
In seguito al progresso dello sviluppo intellettuale, gli Dèi diventarono simbolo di forze morali, esseri liberi, immortali creatori, conservatori ultimi dell’ordine universale ed autorità incontestabili sulla vita degli uomini, restando pur sempre soggetti alla potenza superiore, arcana, della Τύχη, una sorta di Fato Femminile, che dimostra la primigenia origine muliebre della religione occidentale.
Su questi tre pilastri (la divinità come incarnazione della natura, gli Dèi antropomorfi, il divino come immaginifico superamento dell’umano) poggia l’intero sistema di rapporti tra uomini, eroi e numi, entro il panorama eroico, fantastico, glorioso, ben descritto negli esemplari poemi di Omero ed Esiodo.
Benché sia proprio tale multiforme politeismo a sovvenire per primo alla mente di chi s’appresta a immaginare o descrivere il mondo greco – poiché questo è spesso il primo e, purtroppo, molte volte il solo approccio di chi studia tali argomenti dalle scuole medie al liceo – è tuttavia opportuno, per una miglior comprensione della cultura greca, tenere a mente che i Greci seppero elevarsi a concetti altissimi intorno alla divinità. Alla rappresentazione immaginifica del mito subentra, infatti, la rappresentazione concettuale della filosofia.
Eminente proprio in questo panorama storico-culturale fu Senofane di Colofone (570-475 a.e.v.), ricordato non solo per il suo altissimo concetto intorno alla divinità (fu il primo grande critico dell’antropomorfismo religioso), ma anche per le sue straordinarie doti poetiche: scrisse un poema filosofico (uno dei molti Περί φύσεων, “Sulla natura“, diffusi tra i filosofi presocratici), un poema storico sulla fondazione di Colofone ed altre poesie minori.
Oggi restano, oltre ad alcuni frammenti, due intere elegie, notevoli per originalità e densità concettuale, nelle quali Senofane, criticando radicalmente la nozione tradizionale di divinità, esalta la virtù morale e la sapienza.
Il filosofo riconosce anzitutto il sapere secolare che è prossimo a confutare: «[10] Poiché fin dall’antico tutti hanno imparato secondo Omero.» In seguito, esplicita le assurde credenze incoraggiate da Omero e da Esiodo, i quali nelle loro opere «[11] Tutte le colpe agli Dèi attribuirono […] quante a giudizio degli uomini valgono come ignominia e biasimo: rubare, commettere adulterio o ingannarsi reciprocamente.» I due poeti, infatti, hanno indotto gli uomini a credere «[14] […] che gli Dèi siano generati e che abbiano il loro modo di vestire, la loro voce e il loro aspetto» ma in realtà – fa notare Senofane – «[16] Gli Etiopi < asseriscono che i loro Dèi sono > camusi e neri, i Traci che sono azzurri di occhi e rossi di capelli» concludendo che «[15] Peraltro, se avessero mani i bovi < i cavalli > e i leoni, o fossero in grado di dipingere e di compiere con le proprie mani opere d’arte come fanno gli uomini, i cavalli rappresenterebbero immagini di Dèi e plasmerebbero statue simili a cavalli, i bovi a bovi, in modo appunto corrispondente alla figura che < ciascuno > possiede.»
Ciò a cui Senofane allude è sostanzialmente questo: non sono stati gli Dèi a creare gli uomini a loro immagine e somiglianza, ma gli uomini ad aver attribuito al divino una forma in cui potersi rispecchiare.
Prosegue, poi, nella sua riflessione affermando che, in realtà, vi è una sola ed unica divinità, non somigliante all’essere umano «[23] né per aspetto […] né per intelligenza», ma che s’identifica piuttosto con l’universo essendo dio-tutto, avente per principale attributo l’eternità. Proprio per tale posizione teologica, Senofane è da alcuni filosofi considerato il padre della scuola eleatica che nell’ontologia di Parmenide troverà il suo massimo sviluppo.
La critica di Senofane all’antropomorfismo degli Dèi di Omero ed Esiodo non si limitò a una semplice polemica contro le antiche credenze religiose, ma segnò un passaggio fondamentale nella storia del pensiero. Rifiutando la visione di figure umanizzate, la “rivincita” del logos gettò le basi per una concezione di divinità assoluta e trascendente, che trovò espressione nelle tradizioni monoteistiche e nella filosofia di Platone.
In particolare, la riflessione senofanea s’intreccia inscindibilmente con la religione cristiana, in cui l’antropomorfizzazione del divino è evidente e, nello specifico, s’inserisce nel dibattito secolare sulla più corretta rappresentazione del divino. Il dialogo tra Fede e Ragione è più che millenario e, da Sant’Agostino in poi, la finezza di pensiero, pur sempre restando alta, non è giunta a chiudere definitivamente la questione (ma, del resto, non parrebbe questo il compito della filosofia).
Nell’impossibilità, quindi, di concludere hegelianamente se la rappresentazione concettuale e filosofica inveri o superi la rappresentazione immaginifica della teologia, è bene tener sempre a mente le parole del grande filosofo italiano Luciano Pareyson (1918-91), che in Ontologia della Libertà scrisse: «La rappresentazione puramente concettuale della divinità è nata con l’esigenza di superare la “fase” dell’antropomorfismo e di “purificare” il pensiero filosofico da ogni residuo antropomorfico, [ma] non si può non restare colpiti dalla scarsa riuscita dell’impresa, giacché l’esito è perlopiù in contrasto con le primitive intenzioni. Concepire Dio in termini concettuali significa definirlo in base a categorie elaborate dalla mente umana e attribuirgli proprietà che, direttamente o indirettamente, ineriscono all’Uomo, sia pure estremamente affinate e astratte. […] Concepire Dio come Essere, Principio, Causa, Pensiero, Ragione, Valore, Persona, Bontà, Provvidenza e così via […] conferisce a tali concezioni della divinità un carattere sostanzialmente, anche se larvatamente, antropomorfico. La fonte da cui l’Uomo può trarre un’idea di ragione e razionalità, o di persona e personalità, è la sua stessa esperienza interna [… e] ne consegue che definire filosoficamente Dio come Ragione o Persona, o attribuirgli concettualmente la razionalità o la personalità, o in generale designarlo con un concetto filosofico o pensarlo con categorie filosofiche, è in realtà molto più antropomorfico che non farsi di Dio una rappresentazione chiaramente simbolica, magari in forma vistosamente umana; giacché i concetti e le categorie, pur mostrandosi come puramente razionali e completamente disumanizzati, non riescono a dissimulare interamente, come pure vorrebbero, la loro origine analogica, e in ogni caso finiscono col rinserrare l’inoggettivabile nel sistema delle categorie del pensiero umano in modo riduttivo e oggettivante.»
Com’è possibile notare, nonostante le resistenze della cultura greca, la sfida di Senofane al mito ha avuto un impatto duraturo, contribuendo a un’idea di divinità che non è solo un riflesso dell’Uomo, ma una realtà indipendente, eterna e perfetta. L’eredità di Senofane, quindi, non si esaurisce nelle vesti di filosofo della Natura, ma è quella di un pensatore che ha posto il fondamento della riflessione religiosa e filosofica per segnare profondamente lo sviluppo del pensiero occidentale.
Fabio Pasquale 5A


















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