Il canto si apre con il famosissimo controverso verso “Pape Satan, pape Satan aleppe”, sul quale gli studiosi della Commedia hanno dibattuto molto nel corse dei secoli, legando ad esempio le origini della parola aleppe alla lettera alfa dell’alfabeto greco ed ebraico. Tolkien, grande appassionato di Dante, da questo canto prese ispirazione in più punti: uno pare proprio questo passo, da cui deriverebbe l’input originario per l’invenzione della Lingua Nera di Mordor.

Dopo essersi ritrovato nel quarto cerchio, Dante vi incontra Pluto, raffigurato come un lupo furioso, con la voce roca, che gli sbarra la strada impedendogli il cammino. Come al solito, è qui che interviene Virgilio, che con parole dure scaccia il malvagio presagio.

Proseguendo, viene avvistato un gruppo di anime ingiuriose, che trasportano enormi massi sul proprio petto, arrancando da una parte all’altra del luogo infernale e recitando anche un continuo coro lugubre nel vento, che infonde un effetto spettrale alla vicenda. Ne può derivare un secondo spunto per Tolkien, poiché il ruggito di questi dannati è molto simile a quello dell’esercito dei mostruosi Uruk-Hai, creati e governati da Saruman, letteralmente l’Uomo Saggio, lo stregone corrotto nello spirito da Sauron, che simboleggia chiaramente Satana, o il male in senso lato.

Avendo quindi visto per la prima volta questi personaggi alquanto strani e paurosi, viene chiesta a Virgilio una spiegazione su questo ambiente, alla quale il poeta latino risponde dicendo che si stanno osservando gli avari ed i prodighi. Tra queste anime vi sono anche dei chierici, anche se Dante non riesce a riconoscerne nessuno in quanto deformati dal peccato. In realtà, è solamente un escamotage per non nominare nessuno di famoso all’epoca, che avrebbe potuto lamentarsi di essere stato messo in ombra.

In questo canto viene anche citato l’elemento della Fortuna, che nella Divina Commedia viene rappresentata come una forza equilibratrice, creata da Dio per mantenere, appunto, l’equilibrio tra i popoli nei secoli; infatti, in base al periodo storico, favorisce questa o quella etnia, mandando in rovina o l’una o l’altra, in un ciclo eterno che giunge fino ai giorni nostri.

Questo discorso, dice Dante, è anche valido per il gioco d’azzardo: colui che vince al gioco non potrà mai farlo ripetutamente, ma ad un certo punto inizierà a perdere, finché non resterà con nulla più in tasca.

Dopo essersi soffermati a descrivere gli avari e i prodighi, Dante e Virgilio riprendono il loro cammino, arrivando nel quinto cerchio. Qui si ritrovano ai piedi di un luogo limaccioso e nerastro, la palude Stigia, dove sono immerse quasi completamente nel fango delle anime ripugnanti, che Virgilio dice essere gli “schiavi dell’ira”, ovvero gli iracondi, e “coloro che sprecano la vita”, gli accidiosi.

Questi esseri peccaminosi sono orrendi e Dante lo accentua molto facendogli sputare fango nel perpetuo tentativo di intonare un canto spaventoso, che recitano controvoglia e che ritorna al concetto di linguaggio incomprensibile introdotto all’inizio.

Il canto si conclude con Dante e Virgilio che, dopo aver aggirato la Palude, si ritrovano ai piedi di una immensa muraglia con una torre, ovvero fuori dalla terribile città di Dite.

Tommaso Messori 3C

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