Lettera a una professoressa di Filosofia
Cara Emanuela,
pensavamo che saresti tornata. Forse ingenuamente illusi come Alfieri, il Foscolo e uno stuolo dei tuoi fantasiosi filosofi, credevamo che avresti potuto salutarci ancora, ridacchiando come sempre delle plurisecolari baggianate burocratiche che s’inventano le varie amministrazioni scolastiche in cui abbiamo, nostro malgrado, militato, oppure degli errori bogomili e bazarioti dello stuolo indefesso di studenti che abbiamo avuto il divertimento massimo di educare alla cultura e alla convivenza civile. Ricordavi che al Classico, all’impertinente domanda sui motivi per i quali avessi richiesto il trasferimento ad altra sede, avevi ironicamente risposto che dipendeva essenzialmente dal parcheggio: là minuscolo se non assente, mentre qui allo Scientifico più ampio e meno localizzato nei meandri della lontananza. Chissà cosa ne diresti adesso che stanno sradicandolo anche da noi come fosse un manicheismo medievale da censurare con la nettezza di certe bolle papali d’antan? Ne rideresti certamente e troveresti le tue solite battute folgoranti per sdrammatizzare l’atavica delusione che ti ingrigiva il viso, quando si parlava del dimidiato ruolo degli insegnanti nel mondo consumistico moderno successivo al Boom Economico del Secondo Dopoguerra.
Pensavamo che saresti tornata, almeno per condividere di nuovo un po’ della tua costante allegria, che ci consentiva di andare in classe sghignazzando, con nelle orecchie il particolarissimo ritmo sussultorio delle tue risate, così inestricabilmente coese ai riccioli biondi che t’illuminavano il viso e che ci sono sempre sembrati proprio intonati con un carattere come il tuo. Perché la smania iraconda di certuni, che si prendevano troppo sul serio inalberandosi per qualunque fogliolina disturbatrice tra i piedi, non l’hai mai avuta, anche se ti aveva infastidito, ad esempio, un certo scomposto trattamento che avevano riservato al tuo adorato figliolo alle Superiori e, da buona mamma, eri riuscita a far capire a lui come reagire positivamente rispetto a delle situazioni poco edificanti. Altrettanto facevi coi nostri studenti, sia con le fanciulle più fragili, sempre sul punto di sciogliersi come gelati di De Chirico nel tentativo di rispondere a certe complessità filosofiche, sia con gli scapestrati folleggianti che facevano di tutto per copiare durante le tue verifiche scritte, o che s’inerpicavano sui vetri dell’incoerenza durante quelle orali. Un genitore aveva persino tentato di sviarti dicendo che il suo pedestre pargolo non stava scopiazzando nel Compito in Classe tramite il telefono fornitogli immancabilmente dal padre, ma rispondeva a un’improvvida chiamata mattinale della madre, forse ancora inconsapevole della permanenza del suo bimboletto a scuola e ritenendolo, invece, vagamente smarrito da qualche tutt’altra parte. A tale millanteria famigliare avevi, però, risposto con la sagace fotografia dello schermo telefonico dell’incriminato fanciullino, nella quale campeggiava un elenco di appunti ponderati, non rammento più se di Storia o di Filosofia, che costipò immediatamente la carnagione genitoriale, consentendoti almeno una parziale soddisfazione in corner.
Pensavamo che saresti tornata, ma non pensavamo che sarebbe finita così, quando sostenevi che all’agognata Pensione ci saresti arrivata tardissimo. Se ne parlava mestamente dopo il funerale della Baratta, che a noi tutti era apparso eccezionale e, certo, irripetibile. Mentre, invece… La Tüche greca e le malefiche Parche, come delle Erinni impazzite, ci hanno privati di troppe persone, in questi anni disgraziati e dolenti! Ma, mentre di alcune si sente una mancanza limitata, forse per i loro atteggiamenti vanagloriosi e vagamente aggressivi, di altre sembra davvero ingiusto doversi separare, perché il loro animo gentile e le loro abilità concilianti ci sono state di sicuro conforto, come delle colonne stabili sprofondate in mezzo all’acqua, ma che ancora svettano, ioniche o corinzie, a ricordarci il vero valore dell’umanità e della cultura.
Simon Carù


















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