L’uomo comune non conosce il vero nero: non lo comprende, poiché non ha mai vissuto nell’oscurità profonda. L’uomo comune non conosce la vera luce: non la comprende, poiché non ha mai visto un minuscolo puntino luminoso intrappolato in un denso spazio di tenebra. L’uomo comune non conosce la vera vita: non l’apprezza, poiché non si è mai ritrovato disperso in un denso spazio di tenebra a fissare un minuscolo ed inimmaginabilmente lontano puntino di luce, sperando che attorno a quella piccola Nana Gialla ci sia un pianeta roccioso che ospiti una qualche forma di vita. Perché, quando stai fluttuando per la galassia, a migliaia di anni luce dalla tua stella, non speri di trovare un pianeta abitabile, dove atterrare per sopravvivere fino alla fine dei tuoi giorni: speri di trovare un pianeta abitato, dove poter vivere felicemente.
E così, da circa 13.008 anni, lui stava aspettando pazientemente, mentre la terribilmente lenta astronave, guidata dal terribilmente vecchio computer di bordo, un catorcio quasi preistorico, si avvicinava al sistema. Ormai era a poco meno di 4.400 unità astronomiche dalla stella e, continuando ad andare a esattamente un decimo della velocità della luce, avrebbe potuto raggiungere la sua esatta posizione in circa un nono di anno. Così iniziò a studiare il sistema: composto da otto pianeti, di cui quattro rocciosi e solamente due abitabili, il terzo e il quarto più vicini alla stella.
Stava diventando impaziente: doveva avvicinarsi di più. Gli sarebbe bastato vedere un po’ meglio quei corpi celesti per stabilire la presenza o meno di acqua. Ne avrebbe dedotto se si sarebbe dovuto considerare la più geniale e visionaria mente del suo pianeta, oppure il più grande fallito. Avrebbe anche saputo se inviare un singolo segnale radio, in caso di successo, oppure due in successione, per il fallimento. Poi, ovvio: sul suo pianeta la notizia sarebbe arrivata ben 1.301 anni dopo. Ma sarebbe arrivata. E tutti si sarebbero dovuti ricredere.
Sarebbe diventato la più geniale e visionaria mente del proprio pianeta, ricordato nelle più grandiose leggende del suo popolo! Magari gli avrebbero fatto anche una bella statua! Ma solo se, su almeno uno di quei due pianeti, avesse trovato la vita.
Aspettava. Aspettava e non si avvicinava. O forse sì, ma troppo lentamente: uffa!
Riguardò verso i due pianeti, ma erano ancora esasperatamente lontani. Allora, per far passare il tempo, si concentrò sui Giganti Gassosi, che, più grandi dei pianeti interni, potevano già essere chiaramente osservati. I due più esterni erano più piccoli e si presentavano ancora come semplici pallini di un colore azzurro pallido, in forte contrasto con il deciso nero dello sfondo. Il maggiore dei pianeti di quel sistema era il quinto: era veramente enorme e pieno di satelliti! Avrebbe certamente controllato tra questi, in un ultimo atto di disperazione, se avesse fallito con i pianeti rocciosi. Ma per il momento non ci voleva neanche pensare.
Riprese a guardare l’enorme Gigante, rivolgendo poi la sua attenzione a quello che era certamente il più interessante tra i quattro pianeti gassosi. Grande quasi quanto il suo vasto vicino, aveva una caratteristica unica: era circondato da un incredibilmente esteso sistema di anelli. Certo, erano più che noti gli esempi di pianeti circondati da anelli; molti corpi gassosi avevano tale caratteristica, ma nessuno ne aveva di così vasti, che arrivavano quasi a coprire il pianeta stesso. Straordinario, se solo lui non fosse stato così straordinariamente impaziente! Ma doveva ancora aspettare. E non capiva come fosse possibile che quegli ultimi interminabili attimi di attesa fossero più lunghi dell’infinità di tempo che aveva già trascorso nella navicella dalla partenza dal suo pianeta. Aveva sentito parlare dei concetti di “kairos” e di “aiòn”, però non li aveva ben chiari nella mente.
Ah, il suo pianeta! Per fortuna, non gli mancava per niente. Ma ci pensò lo stesso, solo per far passare il tempo. Pensò al genitore ormai sicuramente vecchio, che gli aveva dato tanto e forse lo aveva anche amato. Pensò ai sei fratelli, sia ai più grandi, sia ai più giovani, e pensò al figlio, che probabilmente aveva già trovato un compagno e, chi lo sa, avuto qualche bambino. Pensò a tutti loro ed anche ad altri, ma mai al proprio compagno, perché non gli mancava per niente, come ripeteva tra sé e sé o, più realisticamente, perché non voleva accasciarsi per terra e crollare al suo ricordo e alla consapevolezza di non poterlo rivedere mai più. Ma anche se gli dispiaceva, lo aveva lasciato per una nobile causa: la scoperta. E la propria ambizione. Chissà come avrebbe reagito lui all’arrivo del segnale?! Sempre che i pianeti non fossero disabitati.
Dopo chissà quanto, tra disperazione e pensieri, ormai superati i Giganti Gassosi e la fascia di asteroidi che separava i quattro pianeti interni da quelli esterni, poté finalmente osservare i suoi due agognati pianeti. Il più piccolo era di un magnifico colore rossastro, veramente splendido, ma non sembrava contenere acqua, almeno non in superficie. Ma l’altro, quello più interno, non solo aveva un enorme satellite, non solo risultava bluastro e pieno di oceani, non solo aveva la superficie coperta di nuvole, segno di atmosfera, ma era completamente illuminato nel suo lato in ombra. Ci doveva, perciò, essere una popolazione intelligente e tecnologicamente evoluta. Non poteva crederci! Il suo unico desiderio, il suo unico obiettivo, la sua unica ambizione! Ce l’aveva fatta. Mai fu così felice, mai fu così pieno di vita.
Continuando ad avvicinarsi, in preda all’euforia, iniziò ad orbitarci attorno e a prepararsi per l’atterraggio. Ma prima doveva inviare il segnale, vittorioso messaggero interstellare. Si stava dirigendo verso il computer, quando vide un’astronave, proveniente dal pianeta, che lo puntava. E, prima ancora che lui potesse pensare a cosa fare, letali raggi iniziarono a colpire il suo mezzo di trasporto.
Provò a scappare, ma era troppo lento e, prima di riuscire a seminare il nemico, fu circondato da altre navicelle, provenienti sia dal pianeta, sia dal satellite: era in trappola! Consapevole della propria imminente fine, capì che l’unica cosa che poteva fare prima di morire era inviare il segnale di successo. Ma poi? Altri come lui sarebbero arrivati su quel sistema, dopo un dispendioso e quasi interminabile viaggio, per perdere poi la vita.
Doveva salvare il suo pianeta da quei violenti aggressori. Anche a costo di rinunciare alla gloria. Anche a costo di rendere interamente inutile il proprio viaggio, la propria esistenza, la propria galattica ambizione. Anche a costo di diventare il più grande fallito di tutta la galassia. Non era mai stato talmente disperato! Tremando per la tensione, si avvicinò al computer e inviò i due terribili segnali, angeli della morte. Li inviò e, subito dopo, lo scafo del suo veicolo venne perforato dai raggi delle navi nemiche.
Lui non lo poteva sapere: nessuno del suo pianeta natale, Proxima Centauri b, poteva saperlo. Ma fu così che si evitò la guerra tra la prosperosa civiltà centauriana e il bellicoso popolo terrestre. La popolazione di Proxima continuò a crescere, a svilupparsi e, successivamente, ad espandersi per il proprio sistema, fino a colonizzare anche le lune esterne; mentre il popolo terrestre crollò a causa delle proprie armi, dei conflitti interni e dell’odio tra gli abitanti.
Federico Fabbris 4C


















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