Il capitolo 26 si apre concludendo il dialogo tra Don Abbondio e il Cardinale Borromeo, iniziato nel capitolo precedente, ma il Narratore sceglie male il taglio del capitolo, perché sarebbe stato meglio se avesse terminato il dialogo prima di iniziare la parte successiva del romanzo. Il pezzo più interessante di questo particolare dialogo è quando il Cardinale, dopo aver fatto molte domande al curato, visto che prima gli aveva raccontato il motivo per cui non aveva “potuto” maritare Renzo e Lucia, rimane in silenzio e, grazie a questo gesto, il Cardinale capisce che Don Abbondio ha ubbidito alle minacce e le ha usate per sottrarsi alle sue incombenze. Quindi lo rimprovera e gli spiega che, se avesse confessato l’accaduto al vescovo, sicuramente avrebbe protetto i promessi sposi e anche se stesso. Il Narratore usa questa conversazione per dimostrare quanto è umano Don Abbondio, quanto si avvicina a noi come persona e poi lo fa perché, rispetto ai personaggi più celebri del romanzo, è quello in cui ci si può immedesimare di più, visto che gli altri sono molto più “perfetti” di lui. Lo si può comprendere perché fa scelte che anche noi faremmo, come conferma questo passo: chi di noi non crollerebbe di fronte alle minacce dei Bravi? Oppure non capisce il motivo del Cardinale: perché perdona l’Innominato che ha commesso molti crimini, ma si arrabbia così tanto con lui per aver mentito? È come se Don Abbondio fosse il nostro punto di vista dentro il romanzo.

Alla fine del colloquio con il Cardinale, si passa direttamente al mattino successivo e vediamo cosa succede a Lucia che, in lacrime, deve lasciare la madre per andare a vivere con Donna Prassede, secondo gli accordi fissati. Con il Cardinale Borromeo, riceve un involto contenente cento scudi d’oro e una lettera dell’Innominato, in cui c’è scritto che la aiuterà sempre, in qualsiasi occasione, e che gli scudi d’oro sono il risarcimento per i problemi che le ha creato e che vorrebbe venissero usati da Agnese come dote per la ragazza. Si può notare sempre di più la conversione totale dell’Innominato, dato che cerca di aiutare appena ne ha occasione.

Il giorno seguente Agnese, che ha già ricevuto i cento scudi d’oro, si incammina per incontrare Lucia e informarla della lieta notizia, ma la ragazza sembra turbata, confessa alla madre il voto fatto durante quella notte nel castello dell’Innominato e la prega di spedire una lettera a Renzo in cui spiega le circostanze attuali e manda la metà degli scudi d’oro.

Il capitolo 27 si apre illustrando le circostanze correnti dell’epoca, per poi ricollegarsi con la continuazione del romanzo. Dato che in corso la guerra di successione del ducato di Mantova e del Monferrato, il governatore di Milano, Don Gonzalo, venuto a conoscenza del caso di Renzo, ne approfitta per usarlo a suo favore, visto che temeva che Venezia si opponesse contro la Spagna: informa il governo della repubblica e gli affida l’incarico di catturare il fuggiasco, ma presto il governatore di Milano si  dimenticherà del ragazzo, preso da ben altre incombenze.

Intanto Renzo, all’insaputa di tutto, è preoccupato di trovare un modo per comunicare con Lucia e sua madre. Il Narratore riprende in medias res e si ritorna al giorno in cui Renzo riceve i cinquanta scudi d’oro insieme alla lettera da parte di Agnese in cui lo informa del voto di Lucia, ma il ragazzo non si dà per vinto, come avrebbe fatto magari prima di arrivare a Milano: si manifesta sempre di più la sua maturazione.

Ospite nella villa di Donna Prassede, Lucia riceve quindi sue notizie dalla madre, ovvero che il promesso sposo è in salvo ed è stato informato del suo voto. La ragazza spera che anche Renzo cerchi di dimenticarla, però lei, anche se si sforza con tutta se stessa di non pensare al suo innamorato dedicandosi alle faccende di casa, se lo rivede ogni volta nei pensieri, perché tutti i suoi ricordi sono collegati a lui. E’ anche in parte colpa, o merito, di Donna Prassede visto che, con l’intento di aiutare Lucia a dimenticarlo, fa l’esatto opposto e vuole che la ragazza confessi le malefatte che Renzo avrebbe commesso. Donna Prassede pensa che sia un delinquente e, ovviamente, Lucia cerca di difenderlo.

Certo, Lucia non è l’unica a essere “vittima” degli impicci di Donna Prassede, perché anche le sue cinque figlie (tre monache e le altre due sposate) ne subiscono l’invadenza, dato che la donna, pur di sapere, entra nei conventi e nelle loro case dove le è già stato detto di non fare irruzione. Nella sua casa ha l’assoluta autorità, tranne per il marito, con cui ha un rapporto particolare, poiché Don Ferrante non vuole comandare, ma nemmeno essere sottomesso a sua moglie. E’ una posizione apparentemente anomala per l’epoca: perché lascia che sia la moglie a comandare?

Forse perché è più nobile di lui, tipico degli spagnoli, ma un po’ meno colta; infatti, quando si parla di scrittura, è lei a lasciar fare al marito, dato che più “ferrato” sulla grammatica e sulla lingua dei milanesi. Don Ferrante, in questo capitolo, è necessario. Il Narratore lo definisce come erudito, che può sembrare colto ma non lo è. Sono due parole diverse: erudito è una persona che si specializza solo su qualche tematica, fermandosi sulla concretezza, ma che non va mai oltre, perché non cerca ulteriori possibilità, o di capire il ragionamento “dietro”. Il Narratore sfrutta questa occasione per far capire che è sbagliato essere eruditi, perché non sono colti e saggi per davvero ed è successo che abbiano detto delle fesserie, ma che venissero creduti, dato che usavano un linguaggio alto e terminologie complesse. Scrivevano libri che potevano servire per capire e sapere ragionamenti nuovi, ma spesso quello che scrivevano era sbagliato. Il Narratore, per farlo capire, rende questo capitolo una presa in giro, ridicolizzando Don Ferrante tramite la sua libreria, dove ha un molti libri, ma con gli argomenti suddivisi in modo sbagliato: ad esempio, per lui astrologia, filosofia, scienze e stregoneria fanno parte dello stesso gruppo di concetto, oppure la poesia sta insieme alla storia. Un altro aspetto di Don Ferrante è che non è scientifico in niente; infatti pensa che un libro uscito da poco, siccome è nuovo, di sicuro verrà tramandato e letto anche dopo anni, quando invece verrà letto solo nel Seicento e lo confronta con le opere di Machiavelli, sminuendole, quando invece sono queste opere che sono state tramandate e lette anche adesso. Infine, il Narratore è consapevole che questo passo non serviva e che è risultata noiosa la parte della biblioteca di Don Ferrante, però gli interessava far capire ai lettori dell’Ottocento il concetto dell’erudito, spingendoli a cercare di non esserlo mai.

Conclude il capitolo facendo un gap temporale di un anno, riprendendo la storia in autunno: non è tipicamente romanzesco, ma riesce a finire con una frase ad effetto.

Chanell Salinas 2F

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