Avete mai pensato alla limpidezza che ci viene nascosta se il cielo è coperto dalle nubi? Avete mai avuto una voglia di pioggia quando il Sole, ridotto ad un alone informe, non poteva più toccarvi? No? In realtà, dice De André, questo ci accade ogni giorno. Nella poesia “Le Nuvole”, , appartenente all’omonimo album composto nel 1990, spiega come queste ci impediscano di vedere il cielo, se troppo fitte; come al loro arrivo la terra tremi e gli animali si zittiscano, intimoriti. Sotto questo via vai di cirri e di cumuli l’uomo vaga senza meta, senza una luce che possa mostragli un cammino, circondato da strade buie la cui fine è la medesima: la resa davanti al potente. Il titolo della poesia non è di certo una novità, come non la è la scelta di caricare le nubi di un così denso significato: duemilaquattrocento anni fa, anche Aristofane scrive “Le nuvole” In questa commedia, la figura dei sofisti viene pesantemente messa in discussione; essi, paragonati alle nubi che ci sovrastano, nascondono la verità agli | ingenui, in totale balia delle parole cangianti degli abili oratori. Ma il candido velo che separa l’uomo dal cielo è teso sopra le nostre teste anche oggi, dopo più di due millenni. È il velo dei potenti, delle classi dirigenti, beffardamente impassibili davanti al popolo bisognoso, che si zittisce, con l’arrivo delle nuvole.
La poesia del cantautore genovese vuol essere l’emblema della rabbia nei confronti di un paese destinato alla rovina, non solo per colpa di chi lo governa, ma anche di chi lo popola: secondo De André infatti, il cittadino (cosciente della propria condizione di oppresso) non deve sgattaiolare nella tana, in compagnia delle paure che colmano le sue mani vuote. Sarà proprio lui a dover alzare la testa, e la terra sì che dovrà tre-mare: non di paura, ma di una vibrante protesta. Solo con quest’ ultima, si potrà assistere alla rinascita dell’individuo e della sua libertà; una rinascita che si compierà, per De André, solo attraverso la distruzione delle microsocietà che ci nascondono la luce del sole: le nazioni. Tramite la caduta dei confini geografici e burocratici di quest’ultime, l’uomo potrà sentirsi parte di quell’ingranaggio che smuove una sola razza: quella umana. Ma finché non ci sarà protesta, finché l’uomo non alzerà la voce davanti al malgoverno, le nuvole prevarranno; e non ci lasceranno nemmeno la magra consolazione di una goccia di pioggia. Non a caso, è un coro di cicale ad aprire l’album; un coro a cui De André, in concreto impotente, sa bene di appartenere; un timido cicaleggio che finisce per svanire, intimorito dalle nubi.
E non c’è niente di meglio del silenzio, perché il potere possa agire nella più assoluta impunità; lo spietato affarismo che lo alimenta ogni giorno non può che condurre al decadimento di qualsiasi ideologia che non si risolva nel mercato: la caduta degli ideali, con la conseguente rassegnazione del popolo, si manifestano in una pace terrificante, in una quiete che non vedrà mai una tempesta. Una calma piatta che vedrà persino i dissidenti ritirarsi nelle proprie case, impauriti dalla maggioranza indifferente. Ne “La Domenica delle salme”, De André sancisce la simbolica amputazione della gamba di Renato Curcio, ex Brigate Rosse: con questo emblematico tributo, la pacificazione tra Stato e rivoluzione può dirsi compiuta. Ma le nostre voci potenti non dovranno mai spegnersi, in ogni caso. “Le Nuvole” è un canto di denuncia, ma anche di riscatto.
Perché, come scrisse Levi, una facoltà ci è rimasta, e dobbiamo difenderla con ogni vigore perché è l’ultima: la facoltà di negare il nostro consenso. Sarà la perseveranza della protesta degli oppressi, a poter ribaltare veramente il mondo; di colui che viaggia in direzione ostinata e contraria; di chi, alla fine dei giorni, potrà consegnare alla morte una lacrima di libertà, una goccia di splendore.
Vanno vengono
per una vera
mille
sono finte e si mettono li tra noi e il cielo per
lasciarci soltanto
una voglia di pioggia
Marco Centromo 5D


















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