The Cure, il gruppo formatosi nel 1976 nel periodo new wave, è un Post-Punk la cui formazione incappò nel corso degli anni in numerose variazioni, da un minimo di tre, fino ad un massimo di sei membri. Nascono con il nome di Malice, scelto ai tempi dell’high school da Robert Smith e Marc Ceccagno (chitarra) Michael Dempsey (basso), il loro compagno Graham alla batteria e suo fratello come voce.
La band ottenne particolare seguito tra la seconda metà Anni Ottanta, grazie ai singoli Close to Me e Lullably, ma la canzone più ascoltata e, di sicuro, quella per cui vengono riconosciuti da chiunque, è Boys Dont’ Cry. Di notevole rilevanza fu anche il nonsense di So What?, in cui Robert Smith, ubriaco e incapace di farsi venire in mente un testo, legge al microfono la pubblicità di un set per decorare le torte da una confezione di zucchero, secondo una linea ideologica tipica della Pop Art del gruppo di Andy Warhal.
Tuttavia, l’anima fondamentale del gruppo fu scandita dal periodo cupo dei primi Anni Ottanta, durante la fase “gotica” in cui prevalgono testi come A Forest o Play For Today e una presa scenica decisamente “decorativa”. Ancora oggi il gruppo ittiene numerosi ascolti, che vengono misurati da 19.220.080 ascoltatori mensili su Spotify e guadagnandosi la 338esima posizione nel mondo.
Discografia:
Three Imaginary Boys (1979)
Seventeen Seconds (1980)
Faith (1981)
Pornography (1982)
The Top (1984)
The head on the door (1985)
Kiss Me Kiss Me Kiss Me (1987)
Disintegration (1989)
Wish (1992)
Swings (1996)
Bloodflowers (2000)
The Cure (2004)
Dream (2008)
Dopo ben sedici anni, i Cure ritornano sul palco il 1 novembre del 2024 al Troxy Hall di Londra, per annunciare il lancio del nuovo album: Songs Of A Lost World, in un concerto durato tre ore, che ripercorre le tappe della loro carriera musicale.
Il palco è un universo a sé, dominato da piccole luci sullo sfondo che, appena cala la penombra, si accendono e creano un cielo stellato. In questa atmosfera , Jason Cooper, Perry Bamonte, Reeves Gabrels, Simon Gallup e Roger O’Donnell fanno il loro ingresso. Li segue Robert Smith, segnando l’inizio del concerto con il suono compatto dei Cure, carico di intensità e nostalgia. Un intreccio di chitarre, synth e batteria, mentre le note di Alone iniziano ad avvolgere il Troxy.
Già dal primo brano, Alone, il cui testo è stato riconosciuto con la frase “this is the end of every song we sing” (questa è la fine di ogni canzone che cantiamo), Robert Smith ci regala un insieme di emozioni contrastanti, accompagnato da una musica di tono malinconico e drammatico, dando consapevolezza di tutto quello che la raccolta è in grado di esternare. L’album conserva un insieme vario di tematiche, tra cui la morte e il rimpianto su tutto ciò che è andato perduto, come I Can Never Say Goodbye, dedicato al fratello scomparso di Smith.
Riguardo al tema del trascorrere inesorabile del tempo, Smith riflette:
“Non sento affatto la mia età, ma sono consapevole di aver compiuto 65 anni. Le cose che mi interessano ora non sono quelle che mi interessavano 20 anni fa. Ci sono stati grandi periodi della storia dei Cure in cui alcune canzoni erano importanti e altre no. In questo album sono tutte importanti. Voglio che le canzoni significhino qualcosa”.
L’album è formato da otto brani, per un totale di 49 minuti.
1. Alone
2. And Nothing Is Forever
3. A Fragile Thing
4. Warsong
5. Drone:Nordone
6. I Can Never Say Goodbye
7. All I Ever Am
8. End Song
È un disco profondo, commovente, ma allo stesso tempo “pesante”, perché i testi sono in grado di regalare emozioni che solo chi ha provato sulla propria pelle determinati eventi è in grado di comprendere, lasciando magari anche un senso di vuoto in chi vi si rivede. E’ sicuramente interessante vedere nuove e vecchie generazioni accostarsi all’universo dei Cure e veder rifiorire uno storico “marchio wave” che ha saputo costantemente rinnovarsi.
Francesca Bellusci 4H


















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