Lo buon maestro disse: “Omai, figliuolo,
s’appressa la città c’ ha nome Dite,
coi gravi cittadin, col grande stuolo”.
In questo canto, Dante e Virgilio giungono alle porte della città di Dite, che ospita i dannati e i peccati più spregevoli, quelli che coinvolgono anche la ragione: l’eresia, la violenza, la fraudolenza.
Si può dire che qui cominci l’inferno vero e proprio e, per questo, il poeta vi incontra l’ostacolo maggiore. Vede da lontano delle “meschite”, che sono delle torri caratteristiche dei templi musulmani, per far intuire al lettore che è un luogo abitato da infedeli e, quindi, da nemici del popolo cristiano. Queste torri nella città di Dite vengono descritte “rosse come se fossero uscite dal fuoco” poiché sono circondate da una fiamma.
Poi i viandanti giungono davanti ai profondi fossati, che possiamo immaginare come quelli dei borghi e dei castelli medievali, mentre le mura della città sembrano fatte di ferro e, una volta arrivati davanti alla porta, vedono uno stuolo di diavoli che si rivolgono a Dante chiedendogli chi è e perché, senza essere ancora morto, si ritrovi in mezzo alla “morta gente”, che sono i dannati privi della vita naturale e spirituale.
Quando Virgilio accenna ai diavoli di voler parlare con loro in disparte, lo invitano ad avvicinarsi, ma allo stesso tempo gli intimano di allontanare Dante. In questo punto viene fatto un dei numerosi appelli al lettore “Pensa, lettor, se io mi sconfortai nel suon de le parole maladette, ché non credetti ritornarci mai” in cui Dante cerca di coinvolgere il lettore nel dramma interiore e nel suo sconforto, causato dall’opposizione demoniaca. Molto spaventato, prega la sua guida, che lo ha sempre incoraggiato ad affrontare le sue paure e gravi pericoli, di ritornare sui loro passi, però Virgilio gli dice che nessuno può impedire il loro passaggio, poiché il permesso gli è stato dato dal “tale” che è Dio.
Dopo averlo rassicurato , Virgilio si allontana per andare incontro ai diavoli e Dante, non potendo udire le parole che si scambiano, è molto dubbioso; infatti i timori e le speranze sono in continua lotta nella sua mente. Ma il dialogo non è lungo, perché i diavoli chiudono le porte della città in faccia a Virgilio, che è costretto a tornare verso l’allievo con passi lenti, quindi molto addolorato e sospiroso, e così viene fatta vedere un immagine pienamente umana di Virgilio sofferente.
Nonostante ciò, rassicura Dante e gli fa capire che la lotta sarà vinta a qualsiasi costo e con chiunque combatta dentro la città. Poi gli spiega come questa arroganza dei diavoli non fosse affatto nuova e che già una volta era stata punita, ovvero quando Cristo era sceso nell’Inferno sfondandone la porta e lasciandola, quindi, senza serrame, per trarre fuori dal Limbo i patriarchi biblici e condurli in Paradiso. Su questa porta aveva già visto (vedestù, forma sincopata molto moderna per l’epoca) la “scritta morta”, cioè le parole terribili e dure incise all’ingresso dell’inferno.
Questo canto termina con l’attesa del Messo Celeste e, mentre lo aspettano, Virgilio è preda di dubbi, mentre Dante è vittima di paure e timori che aumentano man mano che le inquietudini di Virgilio si manifestano e, quindi, arriva a contestare l’autorità di Virgilio, che fino a quel momento era rimasta indiscussa. Dante chiede alla sua guida se le anime del Limbo possono scendere nel Basso Inferno, cercando di capire indirettamente se Virgilio conosca veramente la strada che dice di conoscere. Lui risponde dicendo che raramente le anime del Limbo hanno il permesso, ma tuttavia lui vi è disceso poco dopo la morte, chiamato dai lamenti della maga Eritrone, per trarne uno spirito nel cerchio di Giuda, che è quello più distante dal cielo e non partecipa alla rotazione attorno a Dio. Dante quindi non deve temere, poiché Virgilio riuscirà ad accompagnarlo fino al fondo dell’Inferno.
All’improvviso, però, l’attenzione si fissa sulla torre più alta della città, dove si presentano le Tre Furie infernali , macchiate di sangue e che avevano aspetto e movenze femminili, con capelli serpentini. Virgilio le riconosce subito e le presenta a Dante come le Erinni, creature del mito classico, che sono Magera, Aletto e Tesifone. Ognuna si lacera il petto con le unghie e grida così tanto forte che, per paura, Dante si stringe alla sua guida.
Poi giunge Medusa , che è la gorgone in grado di pietrificare chiunque la guardi negli occhi, per cui Virgilio li fa chiudere a Dante con le mani e, per proteggerlo ulteriormente, vi poggia sopra anche le sue, simbolo della forza della Ragione. Le tre Furie, come le altre creature infernali, tentano di impedire il viaggio di Dante, ma non ci riescono poiché questo percorso è voluto da Dio.
Successivamente inizia a sentirsi un grande frastuono, che indica l’imminenza del Messo Celeste. Il suono fa tremare entrambe le sponde della palude stigia e inizia ad alzarsi un forte vento che abbatte gli alberi, ricordando al lettore colto il Primo Canto dell’Eneide con la comparsa di Nettuno. Viene poi fatta una similitudine tra i diavoli che, quando vedono il Messo camminare sullo Stige con i piedi asciutti come aveva fatto Gesù a suo tempo, fuggono velocemente come le rane scappano sott’acqua davanti alla biscia, chiaro sinonimo del male.
Virgilio dice a Dante di inchinarsi all’angelo, ma il Messo non degna i due nemmeno di uno sguardo, tocca con un piccolo bastoncino la porta e questa si apre senza alcuna difficoltà, per sottolineare la potenza della fede e dello spirito sulla materiale bestialità del peccato.
Dante, incuriosito di vedere le condizioni di vita in questa fortezza, appena entrato volge uno sguardo a tutto ciò che lo circonda e vede una pianura sterminata, piena di dolore e di gravi tormenti. Si ritrova circondato da numerosi sepolcri, tutti aperti e arroventati dalle fiamme. I coperchi delle arche erano sollevati e vi uscivano lamenti angosciosi. Dante chiede poi a Virgilio chi sono queste anime schiacciate all’interno delle arche e gli sente spiegare che si tratta delle anime degli eretici e che ogni sepolcro, più o meno rovente, contiene un numero di anime maggiore a quello che può immaginarsi. Il canto si conclude con Dante e Virgilio che continuano il cammino lungo un sentiero che corre tra le mura delle città e le arche.
Beatrice Bellora 3C


















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